domenica 25 aprile 2010


Siamo qui - dopo sessantacinque anni dal quel 25 aprile, che è stato scelto come data conclusiva della guerra partigiana e come l’inizio di una nuova storia di libertà e di giustizia per il nostro Paese - per ricordare, sotto quella che fu la sede del glorioso Partito d’Azione, una vicenda che oggi accomuna tutti gli italiani, anche se non mancano, purtroppo, riconoscimenti forzati, adesioni strumentali e insincere e miserevoli tentativi di svalutare un patrimonio di valori ideali, di virtù civili, di amore per la patria italiana, che i giovani di allora hanno consegnato ai giovani di oggi perché se ne dimostrino degni.

In quel giorno memorabile, il Capo del Fascismo si incontrò qui a Milano, al cospetto dell’Arcivescovo di allora, con i rappresentanti del Comitato di Liberazione Nazionale. Mussolini tentò di giustificarsi fino all’ultimo, adducendo, pietosamente, di essere stato tradito dai suoi alleati tedeschi(!), ma ricevette come risposta la richiesta esplicita di resa e un ultimatum, cui egli non diede seguito, preferendo iniziare quella fuga affannosa, che si concluse a Dongo, dove fu riconosciuto, sotto l’uniforme tedesca, ed arrestato.

Nella serata del 25 aprile il CLN proclamò l’ insurrezione popolare, di cui ‘L’Italia Libera ’, il giornale del Partito d’Azione, il primo giornale di Milano Liberata, diede immediato annuncio. Le formazioni partigiane - le ‘Brigate Garibaldi’, le ‘Brigate Matteotti’, le ‘Brigate Giustizia e Libertà’ – scesero dai monti, si concentrarono in città ed ebbero rapida ragione dei gruppi fascisti e tedeschi che non avevano obbedito all’ordine di deporre le armi.

Noi oggi, però, vogliamo soprattutto ricordare e rivendicare il ruolo che il Partito d’Azione, - il partito di Parri, di La Malfa, di Riccardo Lombardi, di Emilio Lussu – ebbe in queste esemplari e memorabili vicende, opponendoci ad una riprovevole rimozione collettiva, a un buco di memoria che è stato e viene intenzionalmente alimentato da quanti, per opposti motivi e in tempi diversi, hanno avuto interesse ad accreditare il mito di una Resistenza soltanto ‘comunista’.

No: la Resistenza è stata – ed è ancora oggi - anche, se non soprattutto, Resistenza ‘azionista’! Una lotta per il riscatto nazionale e popolare fortemente voluta e realizzata da quelle forze dell’altra sinistra, laica e democratica, convinte che ogni uomo, per il solo fatto di essere al mondo e di essere parte di una società, è titolare di un insieme di diritti civili, economici e sociali intangibili, che nessun tiranno o despota presuntuoso, nessuna forza organizzata, nessuna cricca di potere può pensare mai di limitare o di negare.

Alla Resistenza e alla Liberazione gli uomini del Partito d’Azione hanno dato un contributo eccezionale di analisi e di elaborazione politica, di partecipazione alle azioni militari, di coraggio e di eroismo, per lo slancio con cui seppero battersi e affrontare le torture e la morte, di testimonianza (con i loro 4500 caduti), di chiarezza e fermezza nei principi direttivi.

Nessun altro partito assunse le posizioni nette che il Partito d’Azione ebbe la forza di sostenere contro la monarchia, corresponsabile con il fascismo della tragedia italiana, contro la compromissoria partecipazione al governo Badoglio e a favore della guerra di popolo e dell’insurrezione democratica.

Senza queste convincenti prove di intelligenza politica, di indipendenza e di dignità, così come senza l’intenso lavoro svolto presso i governi Alleati per dissociare le responsabilità dei fascisti dalla volontà degli italiani e per fornire garanzie contro l’ipotesi di una rivoluzione comunista, difficilmente l’Italia avrebbe trovato credito presso i vincitori e avrebbe potuto mantenere la propria unità territoriale, compiere la scelta per la Repubblica democratica e tornare ad essere arbitra del proprio destino.

Nessun altro partito fu, d’altra parte, così coraggiosamente radicale nel professare la necessità di una ‘rivoluzione democratica’, che avrebbe dovuto liberare il mondo del lavoro e dell’impresa autonoma dall’oppressione delle oligarchie economiche e i cittadini dal peso delle forze conservatrici o reazionarie, alle quali la Chiesa di Roma continua, ancora oggi, a fornire un paravento ideologico.

Non è certo colpa degli azionisti, se questo vecchiume, a poco a poco, è ritornato a galla e oggi, come una malattia cronica del nostro paese, riafferma il suo predominio sulla società italiana, minacciando, nel nome di una presunta modernizzazione, di voler liquidare un’eredità che è costata tanti sacrifici.

Milano, in questo 25 aprile, dovrebbe tornare con la mente a quei giorni di fervore e di passione per la libertà che la città visse dal 1943 al 1945 e ricordare insieme a noi figure come quelle del compagno Poldo Gasparotto, che con Antonio Zanotti, Mario Paggi, Mario Boneschi, Riccardo Lombardi (primo prefetto in Milano libera) fu un infaticabile dirigente della sezione milanese del Partito d’Azione e fu poi deportato e trucidato dai nazisti nel disperato tentativo di salvare altri prigionieri; o come Mario Damiani, esponente del movimento Giustizia e Libertà insieme ai due fratelli Alberto e Piero, morto nel lager nazista di Gusen.

A tanti altri nomi come questi, nomi di azionisti, più noti e meno noti, Milano dovrebbe rivolgere oggi un pensiero di gratitudine, consapevole di una tradizione che ci auguriamo non venga smarrita del tutto.

Perché, gli attuali traguardi, gli attuali livelli di benessere e di civiltà, per quanto ancora attraversati da intollerabili ingiustizie, che impediscono di rallegrarsene fino in fondo, sono certamente il risultato dell’etica del lavoro dei milanesi, ma anche della rivolta di quei giovani ‘pazzi’ o ‘sovversivi’ che si contrapposero alla megalomania di un uomo e a tutte le false ideologie che mascherano le ambizioni di potere di individui e di gruppi, ben sapendo- come scrisse Giorgio Agosti a Livio Bianco – di avere come alternativa presente quella di ‘lasciarci la pelle in combattimento’ o ‘di finire al muro o in un campo di concentramento in Germania’ e come, eventuale, alternativa futura quella di doversi difendere da nuove persecuzioni provenienti da destra o da sinistra.

Ma, dando per scontato tutto questo, seguirono la loro coscienza e il loro destino e non rinunciarono a combattere , in nome della libertà, una guerra sporca, come sono sporche tutte le guerre civili, destinata, però, non solo a scacciare gli invasori tedeschi e ad eliminare ‘i traditori’ fascisti, ma a gettare le basi per un nuovo ordine politico e sociale’: quello in cui le generazioni seguenti sono vissute e vivono, senza magari saperlo apprezzare negli stessi suoi aspetti positivi e senza impegnarsi, come bisognerebbe, per migliorarlo.

Per questo il Nuovo Partito d’Azione oggi ricorda ed onora tutti gli azionisti di un’epoca che sembra ormai remota, ma che è ancora ricca di ‘direttive per l’avvenire’, riaffermando il significato e il senso della Resistenza e il valore della guerra di Liberazione e condannando con fermezza chi oggi cerca in ogni modo di rimescolare le acque e di intorbidire, con il fango del proprio rancore e dei propri nascosti sensi di inferiorità e di colpa, uno dei rari momenti storici di cui l’Italia e gli italiani possono essere legittimamente orgogliosi
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martedì 13 aprile 2010

Storia del Partito d'Azione

-Introduzione –

Fin dalla sua nascita (luglio 1942) il Partito d’Azione fu sostenuto dalla consapevolezza di essere, non già un nuovo partito, ma un “partito nuovo”, cioè una forza politica che, a differenza dei cosiddetti ‘partiti di massa’ – dissoltisi, peraltro, al primo urto con il Fascismo (inizialmente un movimento minoritario, tutt’altro che imbattibile) – e contrariamente alla deprecabile tendenza del corpo politico italiano a frazionarsi in una molteplicità di partiti “instabili, contingenti, non essenziali, talvolta addirittura a sfondo personalistico” (1), traeva la propria ragion d’essere e la sua unità non da un’astratta ideologia, ma dall’esigenza obiettiva, storica - ormai ampiamente avvertita dagli italiani - di una rottura definitiva con le miserie, le viltà e le nefandezze del passato e di un rinnovamento radicale della società, delle istituzioni politiche, della classe dirigente.

Fu il partito della ‘rivoluzione democratica’ , che si ricollegava direttamente alla tradizione della democrazia risorgimentale, al pensiero e all’azione di Giuseppe Mazzini, che ne fu la punta più avanzata, derivando da questa grande esperienza di lotte per la libertà e per l’uguaglianza obiettivi, forma organizzativa, metodi operativi, strategie di alleanze con i partiti e i ceti sociali, che meglio avrebbero potuto concorrere alla trasformazione dell’Italia in un paese moderno, in continuo progresso, la cui garanzia era riposta nelle libere istituzioni, in una diffusa coscienza civile, nel costante esercizio della sovranità popolare.

“Partito di individui e non di mezzi”, secondo la definizione di Luigi Salvatorelli, che ne sottolineava la natura volontaristica e lo distingueva , così, dal modello prevalente del ‘partito- Chiesa’ o del ‘partito-Stato’, il Partito d’Azione fu sostanzialmente esente dall’autoreferenzialità, autentico vizio di origine della ‘partitocrazia’. Si considerò sempre, invece, al servizio della società, come struttura ad essa coordinata, con il compito specifico di elaborare le istanze provenienti dal basso in concrete proposte e programmi di azione politica.

Il riconoscimento di tale ‘primato della società civile’, tuttavia, non implicava la rinuncia all’impegno di educazione del popolo – in primo luogo con l’esempio – alle virtù civili, al rispetto delle persone e della legge, al pensiero critico, alla responsabilità personale e all’autonomia della condotta, agli ideali della libertà, della giustizia, della laicità, come unico contenuto di una fede comune, universalmente umana.

Fu considerato un ‘partito di élite’, un partito di ‘intellettuali’, dagli avversari, dai concorrenti e da storici troppo frettolosi nell’attribuire ad un deficit costitutivo la causa della sua breve stagione di vita e della sua prematura fine, soltanto per il fatto che, effettivamente, tra i suoi fondatori e tra i suoi militanti vi furono gli elementi di maggior spicco del mondo della cultura e del mondo delle professioni italiani del Novecento, che –fatto del tutto eccezionale – si ritrovarono a combattere sotto la stessa bandiera la battaglia per la libertà e per la democrazia, proseguendola, poi, individualmente, nei diversi campi e settori, all’indomani dell’ entrata in vigore della Costituzione repubblicana.

Il Partito d’Azione, in effetti, non è mai morto come esigenza, come istanza critica contro il passato ritornante, contro il ‘male radicale’ della società italiana e contro i facili compromessi e i trasformismi che ostacolano l’instaurarsi di una vera democrazia e confinano il paese ai margini della civiltà europea. Ha continuato a vivere oltre la circostanza materiale del suo scioglimento (1947) e le sue ‘direttive per l’avvenire’ sono, oggi, in questo generale dispendio, in questa irresponsabile dissipazione, di un ricco patrimonio di civiltà endogena, così faticosamente accumulato, più che mai valide. Bisogna soltanto trasmetterle ai giovani che non sanno, affinché comprendano come l’attuale assenza di futuro che frustra le loro energie non è il prezzo da pagare ad uno sviluppo che genera solo un illusorio benessere, ma è il risultato di un sistematico tradimento del patto sociale iscritto nella Costituzione repubblicana, scientemente e colpevolmente perpetrato da una classe dirigente e politica che si è appropriata di sacre parole, distorcendone il significato e il valore e usandole come strumento per legittimare la propria rapace avidità di ricchezza e di potere, a volte più forte, non già soltanto dell’etica universalistica dei diritti umani, ma della stessa, più ristretta, etica dell’onore.

Si è imputata, anche, al Partito d’Azione, l’’assenza di una ‘ideologia organizzativa’, con ciò considerando come elemento di intrinseca debolezza quello che fu un aspetto della sua novità e originalità. La struttura ‘leggera’ del partito, organizzato per commissioni di lavoro settoriali (orizzontali) e organismi territoriali (verticali), formati da ‘quadri’, provenienti da tutti i ceti sociali, rispondeva in realtà al concetto di un partito agile che doveva raccogliere le concrete istanze provenienti dai diversi gruppi sociali (problematiche economiche, sindacali, femminili, amministrative ecc.) in un continuo interscambio, per trasmettere ai vertici la volontà che saliva dal basso e tradurla in concreti obiettivi di azione politica, e risultava coerente, perciò, con l’idea di un partito democratico, soggetto ed organo di democrazia, non separato, ma coordinato alla società, formato non già da ‘funzionari’, ma da cittadini, compagni di lotta, ciascuno con un compito liberamente scelto, da svolgere con responsabilità e autonomia (2)

La stessa disciplina di partito, dopo il passaggio dalla fase militare della guerra partigiana ai compiti richiesti dalla vita politica ordinaria, non era regolamentata e imposta, ma affidata alla sensibilità, alla capacità di impegno e di lavoro, alla reciprocità dei singoli militanti, confidando soprattutto nella motivazione interiore.

Partito di ‘generali senza truppe’ è il luogo comune che ancora oggi ripetono i detrattori superficiali del P. d’A., che si rifiutano di compiere uno sforzo di comprensione di quella che fu un ’esperienza politica fra le più alte e le più memorabili della storia d’Italia; un’esperienza che segnò l’epopea della Resistenza e caratterizzò il Secondo Risorgimento della nazione. Ma giudizi di questo tipo non rendono conto del contributo in termini di idee, di iniziative, di determinazione e di passione che gli azionisti diedero alla guerra di Liberazione, oltre che delle risorse umane impegnate nelle operazioni militari e dell’ingente numero di caduti sul campo.

In realtà una base sociale, di contadini, di operai, di artigiani, di impiegati, di studenti e di insegnanti vi fu. Lo ricordò Joyce Lussu (3), testimoniando il clima di fervore e di fraterna e gioiosa solidarietà che si viveva nella sezione azionista di Porto S.Giorgio nelle Marche, dove il partito espresse un’Amministrazione e un Sindaco. Le vicende seguite alla caduta del Governo Parri, le strategie onnivore dei Partiti impegnati nello scontro ideologico, rivoltarono le carte e determinarono non solo l’arresto della crescita e del radicamento del P. d’A., ma quel consistente ridimensionamento dell’intera area laica - e quell’ingeneroso disconoscimento del ruolo che essa aveva avuto nell’opposizione al fascismo, nella lotta vittoriosa per il ritorno della libertà in Italia, nell’edificazione dello Stato repubblicano - che avrebbe pesato negativamente sullo sviluppo della vita democratica e, nei tempi lunghi, in assenza di un serio impegno per le riforme civili e sociali, sarebbe stato avvertito come un vuoto, di cui , com’era da prevedere, hanno approfittato le forze della reazione sempre in agguato.

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(1) Giuliano Pischel, Che cos’è il Partito d’Azione, Tarantola editore, Milano 1945, p. 7. La ‘novità’ del Pd’A si riassumeva, secondo G.Pischel, nell’essere un partito antidogmatico, eminentemente realistico, antidemagogico, ossia, alieno da ideologie e schematismi astratti e basato unicamente su un programma e una praxis, aderente alla realtà immediata, criticamente interpretata alla luce della chiara coscienza delle deficienze della storia italiana, avvezzo a guardare in faccia la verità e ad indicare la via del possibile, senza retorica e senza vane promesse.

(2) Cfr. lettera di Giorgio Agosti a Dante Livio Bianchi (16/5/44), cit. da Giovanni De Luna, Storia del Partito d’Azione, Utet, Torino 2006, p. 428 (Cap VIII, nota n°59)

(3) Azionismo e storia del Partito d’Azione, Convegno svoltosi a Porto S.Giorgio il 21/3/1986, registrazione in www.radioradicale.it

1929 Verso il Partito d'Azione


Il Partito d’Azione (1942-47) fu la formazione politica, di nuovo modello rispetto ai tradizionali ‘partiti di massa’, in cui, dopo l’entrata in guerra dell’Italia (10 giugno 1940), confluirono le forze, spontanee e organizzate, dell’antifascismo laico-democratico, di ispirazione liberale e socialista, che avvertirono l’esigenza di darsi una struttura più ampia e capillare e una direzione politica e militare unitaria per sabotare la guerra, preparare l’insurrezione, abbattere il regime che aveva condotto il Paese sull’orlo della catastrofe, ormai imminente, e ricostruire su basi nuove lo Stato nazionale.

· L’antifascismo di matrice laica, sviluppatosi soprattutto negli anni successivi al delitto Matteotti (1924) e alle successive leggi ‘fascistissime’, che trasformarono lo Stato liberale ( nato dal Risorgimento ed evolutosi in Stato democratico con il suffragio universale (maschile) del 1912) in uno Stato totalitario, nasceva dall’avversione morale e culturale, diffusa soprattutto, ma non solo, negli ambienti universitari, contro la dittatura, contro il grigio, soffocante e stupido conformismo della società civile, contro le responsabilità e le connivenze della Monarchia e dei vecchi liberali , da un lato, e contro l’impotenza del riformismo debole e inconcludente e del rivoluzionarismo astratto e massimalistico dei partiti marxisti, dall’altro, i quali, tutti insieme, da opposte fronti, avevano spianato il terreno alla conquista mussoliniana.

Le fonti culturali comuni a cui l’antifascismo laico-democratico italiano attinse il proprio orientamento ideale e i motivi critici nei confronti delle insufficienze e dei ritardi storici della società italiana, evidenziatisi con il Fascismo (che non era, perciò, un episodio accidentale, ma la manifestazione virulenta di una malattia cronica e ricorrente degli italiani) furono:

1) il ‘concretismo’ e il ‘problemismo’ di Gaetano Salvemini (lo storico pugliese critico del sistema giolittiano e dello sbilanciamento, in senso nordista, dello sviluppo italiano e dello stesso movimento sindacale);

2) la ‘rivoluzione liberale’ di Piero Gobetti (il giovane intellettuale torinese, morto in seguito alle percosse squadriste, che interpretò il Risorgimento come una rivoluzione fallita per mancanza di una ‘riforma’ religiosa e salutò nell’esperienza dei consigli di fabbrica l’espressione di quel principio di autonomia, che in Italia è stato sempre represso dal predominio del principio di autorità, ma che dovrebbe essere il fondamento della vita civile);

3) La ‘democrazia nuova’ di Giovanni Amendola (protagonista della protesta dell’ ‘Aventino’ e morto anche lui per le conseguenze di un’aggressione fascista) fondata su un partito dei ceti medi, aperto ai problemi delle masse lavoratrici e fautore della via legale e costituzionale per il superamento degli squilibri sociali e territoriali (Unione democratica meridionale, poi trasformata in Unione nazionale);

4) la ‘filosofia della Libertà’ di Benedetto Croce (che i più giovani seguaci e cultori ricondussero dal piano metafisico-teologico, sul quale Croce l’aveva prospettata, a quello più concreto della lotta per ‘le libertà’, cioè per i concreti diritti, che devono essere garantiti a tutti i cittadini, secondo un criterio di eguaglianza e di giustizia, da istituzioni democratiche).

· ‘Giustizia e Libertà’ si denominò, appunto, il movimento fondato a Parigi nel 1929 da Carlo Rosselli, Francesco F.Nitti, Emilio Lussu ed altri fuoriusciti, che entrerà, poi, come componente di maggior rilievo nel Partito d’Azione, insieme ai liberal-democratici amendoliani (Ugo La Malfa) e ai ‘liberal-socialisti’ (seguaci di Guido Calogero e di Aldo Capitini). Carlo Rosselli apparteneva ad una famiglia ebraico-toscana di fede repubblicana (Giuseppe Mazzini era morto a Pisa nella casa dei Rosselli). Sia lui che il fratello Nello (storico di Bakunin e di Pisacane) furono influenzati dall’insegnamento di Salvemini. Carlo, in particolare, dopo l’assassinio di Matteotti, si iscrisse al partito socialista e passò all’opposizione attiva contro il Fascismo. Nel 1925, con il fratello Nello, Gaetano Salvemini, Ernesto Rossi, Piero Calamandrei, Nello Traquandi e Dino Vannucci, diede vita al giornale clandestino dal titolo ‘Non Mollare’, che alimentò la cospirazione contro il regime e preparò il terreno alla lotta armata, essendo ormai chiusi tutti gli spazi per un dissenso legale. Dopo aver organizzato (con Pertini e Parri) l’espatrio di FilippoTurati in Corsica, ed essere stato successivamente arrestato, processato e confinato a Lipari (ne fuggì, insieme ad Emilio Lussu, grazie ad un piano di evasione messo a punto da Alberto Tarchiani) a Parigi promosse l’ingresso di Giustizia e Libertà nella Concentrazione antifascista dei partiti non comunisti (repubblicani, socialisti, CGL). Ma nel 1936 organizzò una brigata con cui andò a combattere in Spagna a fianco del Fronte Popolare, vedendo nella guerra civile tra i repubblicani e i nazionalisti di Francisco Franco l’anticipazione di quello che sarebbe stato lo scontro decisivo tra democrazia e fascismo in Italia e in Europa (“Oggi in Spagna, domani in Italia”). Nel 1930, in Socialismo Liberale, svolse la critica al determinismo e al quietismo della filosofia della storia marxista, a cui contrappose una concezione volontaristica del socialismo, realizzabile per gradi, attraverso una lotta costante, col senso della concretezza storica, tenendo sotto controllo il complesso delle condizioni economiche e senza mai abdicare al principio morale della libertà –“come mezzo e come fine” –. Rosselli proponeva, cioè, la sintesi tra liberalismo e socialismo, le cui contrapposte unilateralità venivano superate sul piano progettuale e politico, assumendo il primo “come forza ideale ispiratrice” e il secondo “come forza pratica realizzatrice”. Nel 1937, nello stesso anno in cui si spegneva Antonio Gramsci, Carlo e Nello Rosselli furono trucidati a Bagnoles de l’Orne dai ‘cagoulards’, un gruppo dell’estrema destra francese.

· Il liberalsocialismo fu un movimento distinto, all’origine, sul piano della teoria, dell’organizzazione e della prassi dal socialismo liberale di Rosselli e da Giustizia e Libertà, ma convergente nella necessità di una sintesi tra libertà e giustizia nell’unico ideale (etico) della ‘libertà giusta’, da realizzarsi in una progressione storica che richiede, di volta in volta, soluzioni politiche adeguate alle concrete condizioni economiche, sociali e culturali, la coercizione delle condotte egoistiche meno compatibili esercitata attraverso le leggi, la persuasione perseguita attraverso il dialogo e l’impegno educativo. Il movimento liberalsocialista nacque dall’incontro fra Guido Calogero e Aldo Capitini, rispettivamente docente di filosofia e segretario presso la Normale di Pisa (1937): due personalità assai differenti, ma unite dalla comune esigenza di promuovere in Italia quella riforma spirituale e quella rivoluzione politica che Mazzini aveva proposto nel Risorgimento, ma che non si era mai attuata per la prevalenza delle forze conservatrici e reazionarie che, da ultimo, si erano coagulate e consolidate attraverso il Fascismo. Calogero, allievo di Giovanni Gentile, aveva sviluppato, fin dagli anni giovanili, una critica filosofica radicale alle concezioni metafisiche e religiose, che suppongono una Realtà assoluta oltre l’esperienza effettiva e la volontà consapevole dei molteplici soggetti umani, estendendola ai residui di tipo teologico presenti nelle dottrine di Marx, di Gentile e di Croce. Con quest’ultimo ebbe un’aspra polemica, nel corso della quale Croce definì l’identità calogeriana di libertà e giustizia come un ibrido concettuale (un ‘ircocervo’). Aldo Capitini, era, per parte sua, uno spirito profondamente religioso, ma riteneva che la vita religiosa dovesse radicarsi nell’esperienza del singolo individuo, non nella Tradizione, non nella Chiesa di Roma, di cui denunciò l’oggettiva collaborazione con il fascismo. Alla violenza fascista egli oppose il metodo della non violenza (Successivamente sarà promotore dei Centri di Orientamento Religioso e nel 1961, ad Assisi, darà inizio alle annuali ‘Marce della Pace e della Fratellanza dei popoli’). Il carattere originariamente filosofico (etico-religioso) della corrente liberalsocialista (cui appartennero figure di primo piano, come Tristano Codignola, Norberto Bobbio, Carlo Ludovico Ragghianti, Carlo Azeglio Ciampi, e che si diffuse soprattutto in Toscana, Roma, Bari) fece sì che all’interno del Partito d’Azione esso non godesse sempre della stessa considerazione delle altre componenti e che piuttosto che Calogero e Capitini, tipiche figure di politici-impolitici, emergessero altre personalità, come quelle di Parri, La Malfa, Lussu, Lombardi, Valiani. Ma le proposte politiche contenute nei due Manifesti del liberalsocialismo (1940 e 1941) per la loro nettezza e radicalità si inserirono nel patrimonio politico dell’azionismo; alcune di esse vennero accolte nella Costituzione del nuovo stato repubblicano, altre rappresentano un traguardo ancora non raggiunto, ma irrinunciabile per il progresso della democrazia e della civiltà. Tra le prime segnaliamo il valore che Calogero annetteva, tra le istituzioni a tutela della libertà, ad una suprema Corte Costituzionale, come organo di garanzia, al di sopra delle parti, per il rispetto dei principi e delle norme fondamentali dell’ordinamento democratico da parte, sia delle istituzioni, che dei cittadini. Tra le seconde, la necessità : a) di assicurare a tutti una base di uguaglianza economica che renda effettiva la libertà di ogni singolo b) di eliminare le situazioni di ricchezza soverchiante c) di legare strettamente la proprietà al lavoro, contrastando ogni forma di rendita parassitaria e riformando il diritto successorio, in modo che solo una giusta parte del patrimonio accumulato possa trasmettersi agli eredi. Il nome di liberalsocialismo ha indubbiamente avuto una fortuna maggiore della conoscenza delle sue concrete connotazioni teoriche e storiche, se oggi è di moda definirsi, in Italia e all’estero, ‘liberalsocialisti’ – termine che, nella sinistra, sembra avere maggiore appeal di quello di ‘socialdemocratici’ - ignorando, o omettendo di far riferimento ai due intellettuali italiani che del liberalsocialismo furono gli ideatori e i fondatori.

domenica 14 marzo 2010

Un progetto di società e un programma d'azione politica per una Sinistra che ha smarrito se stessa

"Il funzionamento di una democrazia politica è incompatibile con l'esistenza di un oligarchia economica nel suo seno... è altresì incompatibile con la persistenza di eccessive disparità rconomiche tra i cittadini...Occorre perciò riformare il regime della proprietà e il diritto ereditario. La resecazione delle disparità eccessive di ricchezza non implica la rinuncia al principio della disparità delle retribuzioni...L'esigenza di eguaglianza economica è da noi intesa essenzialmente come eguaglianza -nella massima misura possibile e utile- nelle condizioni di partenza, cioè come attribuzione di pari possibilità iniziali di successo all'iniziativa di tutti i cittadini. Questo criterio tende ad essere un c o r r e t t i v o della t a r a iniziale dell'economia liberistica: la quale iniziò il suo ciclo su una base di ricchezze-ereditate dai precedenti regimi economici e politici - troppo inegualmente ripartite...L'opera di ricostruzione dovrà iniziarsi con un grande provvedimento che dia a tutti il senso preciso del nuovo clima di giustizia: non basta però che un provvedimento sia ispirato ad una giustizia astratta: occorre che sia equo, che non distrugga ricchezze, che sia economicamente progressivo..."

Così scriveva Riccardo Lombardi nel 1945, illustrando il programma del Partito d'Azione (Il Partito d'Azione. Cos'è e cosa vuole, I ristampa,maggio 1945 )
Bisogna rammemorare questo alla sinistra, perché i suoi programmi non continuino ad essere insipidi e senza mordente, riducendosi all'amministrazione dell'esistente, senza una prospettiva di cambiamento, del tutto in ciò simili ai programmi della destra.

venerdì 5 marzo 2010

Documento del Comitato Gobetti di Napoli


COMITATO PIERO GOBETTI
Via Belsito, 41 80123 Napoli
Tel 08159833354 fax 0812466292 email comitatogobetti@libero.it

Documento del Comitato Piero Gobetti dopo l'incontro di Napoli

Siamo chiamati a costruire l’area dei Liberal Socialisti nella quale devono confluire le diverse tradizioni politico-culturali del socialismo italiano energie che hanno arricchito il riformismo italiano ma che per vicissitudini storiche si trovano divise, divisione che ha permesso il sorgere di una nuova destra illiberale ed antidemocratica consapevole delle potenzialità delle nuove tecnologie per una moderna egemonia di potere.

Il nostro compito è quello di condividere e rappresentare le opinioni e le aspettative di milioni di cittadini che in questi anni sentono di far riemergere l’altra Italia che rifiuta l’illegalità diffusa, i conflitti d’interesse dei potenti, l’uso privatistico delle istituzioni, la sottomissione dei poteri costituzionali all’arbitrio del governo, respingere la contrazione forzata dei diritti e dei redditi dei lavoratori, la loro impossibilità di costruirsi un futuro, la lotta contro la sistematica distruzione di fondamentali strumenti di tutela, di giustizia e eguaglianza, della metodica distruzione del sistema scolastico pubblico a favore di quello privato cattolico e il depauperamento della ricerca scientifica e culturale che ha portato l’Italia ad una vera e propria ‘crisi di civiltà’, va da se la grave crisi dell’informazione ormai monopolio privato di una destra antidemocratica.

In tale quadro si colloca l’impegno che deve assumersi l’area Liberal Socialista che deve dare voce alle cittadine e ai cittadini che sono rimasti al di fuori delle decisioni politiche. Per questo l’area Liberal Socialista deve essere un radar puntato sulle realtà emergenti, sui movimenti e le associazioni della società civile che sono la vera novità italiana. I movimenti, come quello denominato ‘I viola’ esprimono contenuti, proposte, idee che arricchiscono il patrimonio indispensabile di una nuova stagione di governo delle forze di progresso.

Dobbiamo superare le divisioni, ormai oziose, del mondo socialista per collegare dentro una forte coalizione tutti i movimenti riformatori che vedono nell’attuazione dei principi della nostra Costituzione - che Calamandrei giustamente chiamava ‘programmatica’ - il coronamento della nostra interpretazione della vita sociale.

Il processo di incontro tra le varie anime del socialismo non può avvenire come aggregazione attraverso un partito egemone, ma da un progetto riformatore costruito dall’incontro di punti di vista diversi.

Sono necessarie una feconda contaminazione tra le diverse anime riformatrici e l’elaborazione partecipata delle proposte politiche attorno ad alcuni fondamentali valori condivisi.

Come è nostra tradizione consideriamo la libertà non il vessillo di un solo partito, ma la condizione preliminare e inviolabile della convivenza sociale e dell’eguaglianza e dunque ci batteremo contro ogni tipo di restrizione delle libertà individuali e dei diritti di cittadinanza.

Questione dirimente della democrazia in Italia è il conflitto di interessi che permea e distorce le funzioni parlamentari e di governo, le devia dalla loro finalità costituzionale, è causa diretta della grave crisi, costituzionale, economica, etica in cui versa la Repubblica. Altrettanto si può affermare per il dominio del potere politico sulla comunicazione. In un’epoca in cui la manipolazione e l’intrattenimento di massa sono ormai divenuti strumenti di controllo, è indispensabile fare dei mezzi di comunicazione il luogo di una grande riforma intellettuale e morale del paese.

Ci batteremo per l’Europa aperta al resto del mondo attraverso scelte utili a superare il divario tra i paesi ricchi e quelli in ‘eterna via di sviluppo’ per la giustizia economica e finanziaria, per la salvaguardia dell’ambiente. A questo fine è necessario un rafforzamento dell’ONU ed un nuovo orientamento delle politiche troppo liberiste del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e OMC.

In attesa dell’incontro che si svolgerà all’indomani delle elezioni politiche regionali, indispensabile diventa lo scambio di riflessioni, idee, progetti e proposte per l’organizzazione di questo movimento Liberal Socialista e le modalità per aprirlo al mondo esterno e coinvolgere la società italiana, uscendo dal rischio di un mero esercizio intellettualistico.

Buon lavoro

domenica 28 febbraio 2010

Gaetano Salvemini di Gaetano Maruca


Gaetano Salvemini nacque l’8 settembre 1873 a Molfetta, in provincia di Bari. La famiglia apparteneva alla piccola borghesia ed era composta da nove figli che il padre, modesto impiegato, mandava avanti stentatamente.

Gaetano compì gli studi classici con l’aiuto di uno zio prete. In quegli anni il giovane Salvemini ebbe coscienza, ancora alquanto confusamente, dei torti subiti dalla popolazione meridionale.

Le idee di quegli anni, dopo la caduta del prezzo del vino da 40 a 2 lire, dovuta alla poco avveduta politica doganale con la Francia, di cui era responsabile Crispi, erano di aperta ostilità al governo crispino e di ciò avevano avuto buon gioco i radicali che, nel collegio elettorale di Molfetta, erano riusciti a far eleggere il loro rappresentante Imbriani.

Non diversamente pensava il giovane Salvemini, che esprimeva nel suo primo articolo, apparso su un giornaletto locale nel 1892 dopo due anni di studi universitari, il suo sdegno antigovernativo e la sua fiera opposizione di repubblicano. Era giunto a Firenze nel 1890, quello che allora si chiamava Istituto superiore di studi pratici. Qui ebbe insigni maestri, che poi, nel corso della sua vita ricordò tutti: Frezza, Malfatti, Martinelli, Coen, Lavazza, Ramorino e fra gli altri Alberto del Vecchio, Pio Rajna, F.G. Parodi, Achille Gennarelli.

Non pare che il giovane avesse, quando giunse a Firenze, una particolare vocazione per gli studi storici. Ma la vocazione si manifestò sul finire del primo anno, allorché, assente il Villari, chiamato a far parte del gabinetto Rudinì, potè tenere poche lezioni. Su di lui ebbero molta influenza non insegnanti della statura del Villari, ma Achille Coen e Cesare Paoli. Nel 1893 aderì espressamente al partito socialista.

E’ molto importante, per comprendere il clima di quegli anni, rileggere le pagine di B. Croce sulla “Storia d’Italia dal 1871 al 1914″, in cui descrive le condizioni degli spiriti di quegli anni: “Le descritte condizioni psicologiche, l’incertezza dei fini da perseguire, il dubbio sui mezzi, il vuoto nelle idee, tutte queste cose di cui si soffriva, danno il modo di intendere perchè mai, nel 1890 circa, si accendesse nei giovani italiani l’appassoniamento per le dottrine del socialosmo, che rapidamnete crebbe e si diffuse lungo quel decennio. Era questo un movimento di carattere auropeo, ma ebbe in Italia, dove apparve più tardi che in altri paesi, un proprio andamneto ed effetti particolari, come si vede nel ripercorrerne la storia. Socialisti o inclini al socialismo, e a questo simpatici, non erano più gli sparsi individui di cui abbiamo accennato la fisionomia, ma gli studenti universitari di ogni facoltà, quelli di più sveglia intelligenza….e letterati giovani, e altri della generazione già matura e che in esso si ringiovanivano, con a capo E. De Amicis, il quale ora consacrava al socialiosmo l’arte dei suoi bozzetti e delle sue altre scritture: e altri di varia professione, che dischiudevano la mente a quel che si presentava oggetto di nuovo fervore e travaglio spirituale. Il socialismo marxistico veniva a riempire il vuoto che vaneggiava nel pensiero e negli ideali italiani sotto l’azione dissolvitrice del positivismo e del correlativo pessimismo, e che i giovani sentivano e di cui assai pativano, bramosi di una luce dall’alto, di un fuoco per le loro anime, di un fine a cu tendere le forze, che non fosse alcuno dei piccoli fini della vita pratica e professionale, di un fine che avesse valore universale ed etico. La recezione del socialsmo marxisistico in Italia e il fermento a cui diè luogo furono, per contrario, un complesso di correzioni , di restituzioni e restaurazioni, di migliori avviamenti, di maggiori approfondimenti, che ridiè contenuto alla ciltura italiana, la raccolse floscia e cascante e l’appoggiòad una ossatura. Non minore giovamento venne da quel fervore socialstico alla vita morale, la quale non è profondamnete danneggiata dalle esagerazioni, dagli eccessi e dai fanatismi, ma è gravemente depressa, e può essere spinta alla corruttela dallo sconforto e dalla sfiducia, dal pessimismo, dalla caduta dell’entusiasmo e dall’irrisione degli entusiasmi.”

Questo ambiente storico-culturale influì molto sulla conversione di Salvemini al socialismo e sono anche questi gli anni della appassionata lettura di testi marxistici e , come dirà lui stesso negli anni dopo, parlando di sè nel 1896, era allora “un giovane di ventirè anni che nei due anni precedenti aveva divorato il Manifesto dei comunisti e gli altri scritti di Marx sulle lotte di classe in Francia nel 1848, sul colpo di Stato nel 1851 e sulla Comune, aveva scoperto il vangelo nel “materialismo storico” di A. Labriola, ed aspettava con impazienza ogni due settimane la “Critica Sociale ” di Turati”.

Intanto, laureatosi , passa ad insegnare nei Licei di Palermo,Faenza, Lodi. In quest’ultima città scopre, mel 1898-99, nella biblioteca comunale “gli scrittori politici lombardi del Settecento e dell’0ttocento e C. Cattaneo, che sopra tutti come un’aquila vola”. Il Federalismo di costui si accordava con le idee di Salvemini che suggeriva che il corso di “Logica e psicologia delle menti associate” fosse introdotto nei Licei e desse definitavemnte il bando alle storie di Filosofia, responsabili, a suo parere, della confusione mentale esitente ivi.

Nel 1901 aveva vinto , a vent’otto anni, il concorso per la cattedra universitaria e nell’autunno dello stesso anno intraprendeva l’insegnamento presso l’Università di Messina.

Le sue osservazioni sul marxismo, che prima abbiamo riferito, lo porteranno, nel 1911, ad abbandonare il partito socialista. Non stiamo qui a polemizzare con l’ampia letteratura sull’abbandono del partito, ma ci sembrano di particolare importanza quegli accenni che faceva il Salvemini sulle idee marxistiche. Questa linea di condotta sembra molto vicina alle posizioni assunte dal Croce che, dopo aver letto i volumi del marxismo classico, non ne fu però sopraffatto, ma essi contribuirono a chiarire le sue ideee gli servirono, in seguito, come metodo, piuttosto che immobilizzarlo in una visione del mondo prestabilita e forse anche preconcetta. Infatti egli in una lettera riferisce: “il marxismo come canone di interpretazione storica ha avuto su di me una grande influenza". Uscito dal Partito socialista, non abbandonò la lotta politica e fu molto severo col Giolitti, che denominò “il ministro della malavita” per i suoi brogli elettorali e i metodi poco democratici di governare.

Della campagna di Libia fu poi un irriducibile oppositore. Intanto L’Europa conosceva i primi fermenti di una guerra che avrà dimensioni mondiali.

L’Italia, benchè legata alla Triplice Alleanza, aspettava e rifletteva su quel cruciale momento storico. I partiti erano due: quello della guerra e quello del non intervento. Salvemini fu tra i promotori dell’entrata in guerra dell’Italia. Nel 1919 venne eletto deputato e resterà in carica fino al ‘21, facendosi sostenitore della politica di rinuncia, nella questione balcanica.

Nel 1925, uno tra i fermi oppositori del fascismo, fu arrestato per aver creato insieme con C. Rosselli e E. Rossi il foglio clandestino “Non mollare”. il 31 luglio fu liberato per amnistia e successivamnete espatriò clandestinamente. Nelle “Memorie di un fuoruscito”egli narra: “Il giorno dopo, 16 agosto, partenza per la Francia, attraverso il passo del Piccolo San Bernardo, su un’automobile amica. "Mi accompagnavano Federico Chabod e Natalino Sapegno. La diaspora degli intellettuali italiani era cominciata”.

Nel 1925 venne destituito dalla cattedra di Firenze per assenza dall’Ufficio, quantunque avesse dato le dimissioni fin dal 5 novembre. In una lettera inviata al Rettore dell’Università di Firenze tra l’altro scriveva: “Signor Rettore, la dittatura fascista ha soppresso, oramai, completamnete, nel nostro paese, quelle condizioni di libertà, mancando le quali l’insegnamento della storia, quale io l’intendo, perde ogni dignità, perchè deve cessare di essere strumento di libera educazione civile e porsi a servile adulazione del partito dominante”.

Nel 1926 veniva privato, insieme con altri esuli, della cittadinanza italiana. Visse, tra il 1925 e il 1934 in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti, guadagnandosi il pane con le sue pubblicazioni e orientando, consigliando e incoraggiando l’azione degli antifascisti, particolarmente del suo discepolo prediletto Carlo Rosselli, ed entrando in polemica con i propagandisti del regime. Partecipò, come collaboratore, all’azione di “Giustizia e Libertà”, che riuniva in Italia alla resistenza attiva contro la dittatura uomini provenienti da tutti i partiti antifascisti, purchè accettassero il metodo della libertà. Non domandava l’adesione a nessun dogma economico, liberista o dirigista che fosse. Più tardi partecipò alla prima fase della “Mazzini Society” negli Stati Uniti. Dal 1934 al 1948 insegnò “Storia della civiltà italiana” all’Università di Harvard (Cambridge, Mass.) di cui fu poi professore emerito. Nel 1948 fu reintegrato nella cattedra fiorentina. Durante tutto il periodo risolutivo della guerra Salvemini ha preso posizione sia contro le correnti americane che intendevano dare della crisi italiana una soluzione conservatrice, sia contro le soluzioni comuniste. Rientrato in Italia nel 1947 e definitavemente nel 1948, malfermo in salute, riprese per poco il suo insegnamento a Firenze, poi si ritirò a capo di Sorrento, continuando fino all’ultimo, con articoli ed opuscoli, la sua battaglia di sempre per un’Italia seria e dignitosa, meglio aderente ai problemi della vita moderna nella comunità internazionale. Morì a Capo di Sorrento il 6 settembre 1957. La sua salma è stata portata a Firenza nel 1961.

E’ stato sempre un arduo problema trattare, complessivamnete, una personalità, perchè, nello stesso tempo che tentiamo di darne una definizione, di inchiodarla più o meno in una formula definitiva, essa poi ci sfugge e rivela dei lati del tutto opposti e ci spinge verso uno scomodo scetticismo.

Gaetano Salvemini, per i suoi molteplici interessi, ha una prsonalità, starei per dire poliedrica, per cui diventa arduo il compito di tratteggiarla nella sua completa interezza. Cercheremo perciò di rilevare quegli aspetti della sua personalità che ci sembrano i più interessanti, mettendone in luce il meridionalista, lo storico, il maestro.

GAETANO ALVEMINI E LA QUESTIONE MERIDIONALE

A sveglare in Salvemini l’interesse per il Meridione fu una rivista provinciale pubblicata a Cosenza: “Il pensiero contemporaneo”, che aprì un’inchiesta fra le varie personalità del Mezzogiorno sulla “Questione meridionale”.

Questa iniziativa prendeva spunto dalla pubblicazione del libro: “L’Italia barbara contemporanea” di Alfredo NIceforo. Risposero a questa inchiesta, fra gli altri, il Lombroso, il Loria, il Ferrero, e il Colajanni.

Queste risposte approvavano la tesi del Niceforo che si aggiravano sulla concezione della fatale ed esotica “inferiorità” del Mezzogiorno. Salvemini che allora firmava i suoi articoli RERUM SCRIPTOR, UN TRAVET, IL PESSIMISTA, TRE STELLE, creò una impostazione nuova e superiore del problema.

Nel rispondere all’inchiesta de “Il pensiero contemporaneo” polemizzo aspramente col Niceforo, le cui affermazioni, sotto una superficiale patina scientifica, nascondevano una sostanza reazionaria.

“La razza si forma nella storia ed è effetto di essa e non causa, e nella storia si trasforma: spiegare la storia del paese con la parola 'razza' è da poltroni e da semplicisti”.

E per Salvemini che approfondiva il problema, il fatto fondamentale dellla differenza tra Nord e Sud d’Italia era che, mentre centro della vita economica, politica e intellettuale è nell’Italia settentrionale la borghesia industriale, centro della vita pubblica dell’Italia meridionale è, in mancanza di una borghesia moderna, la grande possidenza fondiaria-medievale o feudataria.

Un ulteriore approfondimento del problema lo compiva scrivendo una serie di articoli sulla questione meridionale in cui partiva dalla constatazione dell’esistenza di “tre malattie” che, impedendo all’Italia meridionale di avvarsi sulla via del progresso, costituiscono gli aspetti tipici della quesione meridionale:

1) Lo Stato accentratore e dilapidatore;

2) la soggezione economica del Sud al Nord;

3) La struttura semifeudale che impedisce la formazione di una borghesia moderna e consente invece l’esistenza di una nobiltà assenteista e prepotente, di una piccola borghesia affamata e a quella asservita e di un proletariato privo di qualsiasi diritto.

La classe dei grandi proprietari per il Salvemini non si interessa delle riforme e non ha nemmeno interesse che si arrivi ad una profonda alterazione dei rapporti sociali attualmente vigenti.

La piccola borghesia, per il suo carattere composito, non è capace di sviluppare un’azione autonoma e consapevoe e si appoggia perciò ai grandi proprietari terrieri e rappresenta i loro interessi nella vita politica e costituisce quella associazione tra latifondisti e piccoli-borghesi che è la chiave di volta di tutta la vita pubblica meridionale.

Il proletariato, “la classe che ha più di tutte bisogno di riforme, non può sperare un efficace aiuto dalla piccola borghesia meridionale, in quanto essa è interessata a mantenere il Sud nella funzione di “Vandea d’Italia”, ” serbatoio delle forze parlamentari reazionarie”. Dunque i contadini meridionali la luce e la guida non possono trovarla nel loro paese. Ad essa bisogna che ci pensino i riformatori settentronali.

Finchè nell’Italia meridionale la legalità sarà nelle mani dei latifondisti e della piccola borghesia, qualunque riforma sarà impossibile in tutta Italia. In Italia, la diffusione tra proletariato industriale e proletariato rurale è anche, sotto parecchi riguardi, differenza tra proletariato settentrionale e proletariato meridionale; bisogna che il primo si ricordi che non potrà mai fare nulla di serio senza l’altro”

GLI STUDI STORICI

Secondo il Croce l’opera storiografica di Salvemini va classificata nella scuola economica-giuridica di fine secolo. Il suo primo scritto apparve nel 1891, dopo che il Paoli gli aveva dato, per le vacanze del 1890 una grossa opera dell’Imbart de la Tour sulle " Elezioni episcopali in Francia dal IX al XII secolo", per farne una recensione. E’ il primo lavoretto a stampa del Salvemini, eppure c’è qualcosa del futuro Salvemini: c’è un primo cenno di insoddisfazione e di sospetto per il termine popolo. “Popolo nel suo vero senso”, dice, in questa recensione giovanile, senza specificare meglio ma avvertendo gia l’ambiguità del termine. Fu anche il Paoli, assieme al Villari, che lo avviò verso l’argomento dela della tesi di laurea: “La dignità cavalleresca del comune di Firenze”, che è stretamente connesso,come tema, a “Magnati e popolani”.

Intanto veniva pubblicando studi che rivelano la probità del suo metodo e la sua integgerrima condotta morale:

1 – Un comune rurale nel secolo XII;

2 – Lotte tra Stato e Chiesa nei comuni italiani durante il XIII secolo;

e un altro sull’abolizione dell’ordine dei Templari. La conclusione di quest’ultimo studio è significativa: “moralmente l’abolizione dell’ordine dei Templari fu un delitto e la nostra coscienza deve notarlo, come tale, di eterna infamia” Storicità e moralità rimangono inconciliati su due piani distinti.

Con “Magnati e Popolani”nel quale si concentrano non pochi degli studi precedenti, la figura di Salvemini storico del medioevo italiano acquista il più alto rilievo. Oggi, a più di sessant’anni di distanza, è ancora un’opera valida, non soltanto come classico della storiografia, ma anche come interpretazione non superata di un particolare periodo della storia fiorentina. Fino ad allora, aveva ragione Salvemini nel commentarlo, magnati e popolani erano rimasti”quantità algebriche astratte”.

Intanto, come si trovava a Lodi come insegnante di storia nel Liceo locale, scopre, nella biblioteca comunale, il Cattaneo, pubblicista d’alta classe della “Isurrezione di Milano nel 1848″. Esce da questa lettura un libretto vivace “I partiti politici milanesi nel secolo XIX”. A poco a poco il Medioevo gli parve un’epoca remota e si rivolse perciò a questioni che più gli stavano a cuore e che erano ancora presenti nella vita morale , politica e sociale dei primi del ‘900. Nel 1905 pubblica “La rivoluzione francese 1788-1792″ a cui lavorava già da parecchio tempo. Letterariamente, la rivoluzione francese è l’opera più bella del Salvemini, compatta, equilibrata, lucida nell’esposizione.

Il bisogno di concretezza, chiaro in ogni sua opera, lo spingeva a teorizzare l’uso del termine astratto rivoluzione: “Rivoluzione altro non è se non un termine collettivo astratto, mediante il quale noi denominiamo, con grande risparmio di tempo e di fatica, i nobili spogliati dai plebei”.

Aveva infatti pubblicato , nel novembre 1903, sulla “Rivista di Italia” “La fuga d Varennes” e nel 1904 sulla “Rivista Italiana di sociologia” “Le cause della rivoluzione francese".

Nel 1905 usciva il “Mazzini”, in cui è stato notato un certo schematismo, proprio dei manuali; ma pur nei suoi limiti, risulta l’opera fondamnetale per capire il pensiero mazziniano.

Il primo avvio alla storia contemporanea si manifesta in Salvemini come interesse per la politica estera. Pubblica un articolo intitolato “Come siamo andati in Libia” e intanto tiene presso il king’s College di Londra un ciclo di lezioni sulla politica eatera italiana del 1871 al 1915. Non vi è opera di Salvemini in cui si senta in tutta la sua drammaticità il conflitto tra politica e morale come in questa.

All’estero pubblica vari sritti sul fascismo nei quali si nota la sua posizione fortemente critica nei confronti della dittatura mussoliniana.

SALVEMINI MAESTRO ED EDUCATORE

Grande maestro, per ammissione generale, anche degli avversari politici, che non poterono non riconoscere l’efficacia grandissima del suo insegnamneto storico. Fu instancabile nel predicare e nel dare l’esempio, con la propria opera, della necessità di ricondurre la vita italiana alla severità dei propositi, alla profonda coerenza fra il pensare, il dire e il fare, di liberarla dai fumi della retorica di ogni specie, per riportarla al senso del concreto, al culto severo della giustizia e della libertà.

Era tutto questo, la sua intera personalità di uomo, manifestazione tutta protesa a servire un ideale di giustizia e ibertà per tutti: dagli individui alle classi, alle Nazioni, alla umanità; un ideale che non cessa di essere alto e nobile e di rifiorire sempre nel cuore degli uomini per quanto si creda di poterlo storicamente e realisticamnete circoscrivere e quindi diminuire definendolo illuministico o utopistico; un ideale al quale lui conformava la sua vita di strenuo lottatore. Era tutto questo che faceva di Salvemini un incomparabile educatore di un’Italia migliore: un grande maestro.