lunedì 21 dicembre 2009

Una riflessione di G.Pasquino


Il Velino presenta, in esclusiva per gli abbonati, le notizie via via che vengono inserite.
POL - L’italico vizietto dal trasformismo all’inciucio
Bologna, 20 dic (Velino) - Sono assolutamente certo che gli esponenti del Partito d’Azione si riterrebbero onorati se sapessero che, a sessanta e più anni dalla scomparsa del loro partito, Massimo D’Alema li cita come un esempio da non seguire a causa della loro “eccessiva” moralità politica e della assoluta indisponibilità al compromesso. Anche per questo, oltre alla gravissima mancanza di una struttura politica in grado di conquistare voti nell’Italia rurale e semi-analfabeta del 1946-1948, la sconfitta del Partito d’Azione era segnata. Alcuni azionisti portarono moralità politica e indisponibilità al compromesso in altri partiti, ma non nella DC e nel PCI. Anzi, rimasero la bestia nera tanto dei comunisti quanto, ancor più, dei democristiani che, evidentemente, praticavano ben altro tipo di politica e di accordi. Curiosamente, entrambi i grandiosi interpreti delle masse popolari sono rovinosamente scomparsi tra il 1989 e il 1994, ovviamente senza fare autocritica, anzi, senza neppure riflettere mai sulle cause della loro disgregazione. Poi, buona parte degli ex-comunisti e degli ex-democristiani di sinistra non hanno trovato di meglio che ricorrere alla recente, ma non eccellente, convergenza nel loro personale inciucio, ovvero a dare vita al Partito Democratico che, secondo il ritornello più volte pronunciato, raccoglie il meglio delle culture politiche socialista (ma D’Alema continua a sostenere di non avere nulla di cui rimproverarsi rispetto al suo essere stato comunista) e cattolico-democratica.

Fra l’altro, gli azionisti avevano il difetto di essere già allora dei credenti nel bipolarismo, quella situazione nella quale governa chi vince le elezioni, mentre chi sta all’opposizione si prepara per vincere le elezioni successive. Non è esattamente questo, ovvero la vittoria elettorale, il modo con il quale D’Alema è diventato Presidente del Consiglio nell’ottobre 1998. Soltanto un’altra grande operazione all’italiana, ovvero il trasformismo di sessanta parlamentari che, eletti in liste diverse da quelle dell’Ulivo, trasmigrarono verso il centro-sinistra, guidati e applauditi da Cossiga che dichiarava di chiudere, a modo suo, la guerra fredda in Italia, lo portò, non proprio trionfalmente, a Palazzo Chigi. D’Alema venne premiato anche perché, in fondo, le prove tecniche di inciucio, in particolare sulla giustizia, lui le aveva fatte, per quanto senza successo, nella Commissione bicamerale.

Adesso, ci riprova, in condizioni più difficili, e ammonisce contro la possibilità che il Partito Democratico diventi, fenomeno per lui negativo e riprovevole, un Partito d’Azione di massa. Va subito rassicurato. Il Partito Democratico non è effettivamente ancora un partito, ma un assemblaggio di componenti la cui unica contaminazione non sta nella cultura politica, ma nella formazione di correnti, magari intorno a Fondazioni. Non è neppure necessariamente “di massa” quanto, piuttosto, “di oligarchie” che, talvolta, ad esempio, per eleggere il segretario, entrano in competizione, ma la cui competizione non cessa neppure ad elezione avvenuta. Il peggio è, però, che la vera competizione continua ad essere sulle cariche. Nobilitandola si potrebbe dire gramscianamente che è una guerra di posizione. E, ancora gramscianamente, ci si potrebbe aspettare che il Partito Democratico lanci una guerra di movimento contro il governo, con proposte e idee innovative. L’inciucio può servire al Massimo come forma di guerriglia all’interno del Partito Democratico provocando la reazione dei veltron-franceschiniani e l’ironia del Sen. Enrico Morando: “Magari fossimo un partito d’azione di massa”.

Certo, l’inciucio si fa fra le elite e difficilmente esalta e mobilita le masse. In altri tempi, la mossa di D’Alema, subito apprezzata da Casini, lo avrebbe qualificato come pontiere, ma lui vorrebbe ancora essere un timoniere. Non è proprio il caso di fargli gli auguri.
(Gianfranco Pasquino) 20 dic 2009 18:12

Falso Federalismo e Federalismo democratico



Non bisogna stancarsi di insistere sulle contraddizioni e le contraffazioni di questa destra ambigua e ingannatrice, che si appropria di parole come ' libertà', 'democrazia', 'sovranità popolare', 'federalismo', per piegarne il loro senso autentico di emancipazione e di progresso, distorcendolo in quello di un mero strumento per l affermazione e l’ accaparramento del potere da parte di oligarchie vecchie e nuove; di consorterie più o meno affaristiche, che non hanno scrupolo ad inquinare i livelli di civiltà che il nostro paese ha faticosamente raggiunto, accingendosi a cancellare uno dopo l’altro, per i loro interessi particolari, i traguardi raggiunti dal popolo italiano nel riconoscimento e nella tutela dei diritti del cittadino e dell'uomo in quanto tale.

La situazione esplosiva delle carceri, conseguenza di una politica repressiva, la discriminazione e la persecuzione degli immigrati, l'intolleranza religiosa di carattere strumentale (che assume talora toni e forme di rozza ignoranza ed è espressione di una mentalità ancora medioevale), il ritorno - in nome di una meritocrazia proclamata e non praticata - al principio della gerarchia e della selezione sociale (che ispira le cosiddette 'riforme' dell'amministrazione e della scuola e le politiche del lavoro, per quanto ancora inattuate, visto che ci pensa la crisi a inaugurarle), costituiscono sufficiente prova del tipo di società e del tipo di 'modernizzazione' che la destra ha in mente. E che presto si materializzeranno, se non riusciremo a risvegliare la coscienza dei pericoli che stiamo correndo e se non sapremo aiutare i ceti operai, delusi dalle gravi inerzie e responsabilità della sinistra, e i ceti medi, per loro natura, permanentemente incerti, fragili e oscillanti, a sottrarsi alle suggestioni e alle seduzioni di false promesse e di progetti in cui essi, certamente, non avranno parte alcuna.

Il Federalismo viene tuttora inteso dalla Lega nei termini della secessione di fatto dal resto d'Italia della 'Padania' o della Lombardia, per separare i destini della zona o della regione più ricca e sviluppata del paese dalle parti di esso che, pur avendo in passato dato un contributo essenziale a questo sviluppo in termini di risorse finanziarie ed umane, sono rimaste indietro. Col proposito di svincolare il Nord d’Italia dai pesi, dai lacci e dai lacciuoli che lo Stato unitario comporta, la Lega difende l'esigenza delle oligarchie finanziarie, industriali ed agrarie del Nord che vogliono avere mano libera nella competizione economica europea e mondiale, mentre, in cambio del favore reso ai ceti sociali dominanti, la Lega riserva a sé il controllo politico del futuro Stato regionale, cui aspira in forza di un'ideologia etnico- territoriale, su cui fonda la propria potenziale leadership di tipo esclusivo.

Questo Federalismo oligarchico e accentratore, condiviso da Berlusconi per le medesime finalità di predominio – e per questo strettamente associato al Presidenzialismo – è la deformazione e la caricatura di quello che il Partito d’Azione, fin dalle sue origini (1942) individuò come obiettivo rivoluzionario, per trasformare in senso democratico la struttura monarchica e centralistica del Regno d’Italia: un modello di Stato che, delineato da un despota, come fu Napoleone, aveva favorito l’insediamento del fascismo, tanto che bastò un episodio dimostrativo come la ‘marcia su Roma’ e l’ascesa di Mussolini al governo, perché tutto il paese, che non era fascista, se non in minima parte, lo diventasse in breve tempo, una volta ridotta all’impotenza l’opposizione e neutralizzati gli organi democratici.

La Storia, purtroppo si ripete, quando le forze integre e lungimiranti vengono tacitate e additate come velleitarie – come fa ancora oggi D’Alema – e si preferiscono le scorciatoie dei vari ‘compromessi’ su questioni che attengono alle coordinate stesse della convivenza civile.

Il
Partito d’Azionepropose allora – e torna a riproporre oggi – tre innovazioni capitali per la democrazia in Italia

1) l’ eliminazione, o almeno un efficace contrasto -sul piano politico, sul piano economico, sul piano sociale- di tutte quelle forze che si avvalgono dell’apparato del potere per finalità reazionarie o per privati interessi

2) la riforma della struttura costituzionale in senso autenticamente democratico, che favorisca l’accesso di forze nuove e giovanili e il ricambio delle élites con una circolazione dal basso verso l’alto e non viceversa

3) l’articolazione dello Stato in un organismo decentrato e, quindi, il federalismo, ma imperniato su un ‘solido ente territoriale dalla consistenza omogenea e dal respiro sufficientemente vasto’ – la Regione – come organo di autogoverno democratico, avente nei Comuni, resi effettivamente autonomi, le proprie cellule vitali.

Il Federalismo può essere inteso come pura e
semplice razionalizzazione dello Stato accentratore, come strumento di un più facile controllo della periferia da parte di governi dispotici, secondo il principio del ‘divide et impera’. O, in senso opposto, costituire un sistema di vita politica e civile realmente democratica, autonoma, creativa, che serva a valorizzare tradizioni e risorse locali, energie nuove, talenti spontanei in un clima di libertà e di impegno per lo sviluppo della comunità e dell’intera nazione.

La differenza tra la
concezione scissionistica o, per altro verso, autoritaria del federalismo e il federalismo democratico si riconduce a quella tra la visione paternalistica del popolo come unità culturalmente indifferenziata e bisognosa di una guida che provveda al suo ‘bene’ e la visione pluralistica di una società di cittadini liberi nei loro personali progetti di vita, purché concorrenti al miglioramento collettivo.

Il Federalismo è veramente innovativo e progressista solo se si ristabilisce nella forma più autentica ed estensiva il
metodo democratico per la formazione della volontà collettiva, nelle decisioni di interesse pubblico, nella scelta delle élites e nel controllo e nella valutazione del loro operato. Non solo nell’ambito propriamente politico, ma anche nelle diverse istituzioni, che devono tornare ad essere autonome e completamente sciolte dalle influenze esterne della politica; nell’ambito della burocrazia, dove gli incarichi devono essere soggetti al principio elettivo; nell’ambito economico, in cui le scelte di rilievo pubblico e sociale non possono essere più lasciate alle scelte del management, senza informazione, controllo e potere decisionale dei lavoratori e della comunità.

Democratizzazione della politica, delle istituzioni, della burocrazia, dell'impresa finanziaria ed economica è stata, ed è ancora di più oggi, la nostra proposta per il cambiamento e per una società migliore, di giovani e non di vecchi avvinghiati al potere, come l'avaro alla sua cassaforte.

L’attuale mortificazione delle autonomie comunali è, invece, purtroppo, indicativa del tipo di Federalismo verso cui stiamo scivolando se non ci libereremo presto del governo della destra.

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VEE

venerdì 11 dicembre 2009

Primo: Abolire la Povertà e la Miseria


Trascrivo qui di seguito il brano iniziale di ‘Abolire la miseria’ (1946) di Ernesto Rossi. Leggendolo, si rimane colpiti dalla chiarezza, dalla profondità, dalla completezza e dalla permanente attualità dell’analisi critica del sistema economico, che dall’Occidente si è esteso, oggi, a tutto il mondo. La critica di Rossi ai ‘gravi inconvenienti del ‘regime individualistico’, cioè del regime economico fondato sul libero mercato, ha alla sua base un’opzione a favore dell’ordinamento giuridico proprio dello Stato liberale (cioè dello Stato che garantisce la proprietà e il rispetto dei contratti) e, a sua volta nasce da un’esigenza della coscienza morale, che, mentre avverte come assoluto il principio della libertà individuale e dà, perciò, il proprio assenso soltanto agli ordinamenti, alle istituzioni e alle leggi che lo accolgono e lo tutelano, al tempo stesso non sopporta che la libertà venga intesa e si realizzi come un privilegio degli uni ad esclusione e in danno degli altri e sia, cioè, di fatto, una libertà ‘ingiusta’, lesiva della pari titolarità di tutti gli uomini, in quanto cittadini e, prima ancora, in quanto esseri dotati di una volontà consapevole.

Riconducendo l’economia sotto l’egida del diritto e il diritto sotto l’imperio della coscienza morale (per cui ‘legalità’ e ‘giustizia’ non si identificano mai compiutamente nella storia e tuttavia non si può prescindere dal problema di una loro sempre più adeguata corrispondenza), Ernesto Rossi si collocava nel filone del liberalismo italiano, caratterizzato, appunto dalla connotazione etica del concetto di libertà. Per Croce, infatti, la libertà è un’energia che si concretizza di volta in volta in determinazioni storiche contingenti e il ‘liberismo’ è solo una di esse: il sistema migliore, certo, a paragone di altri, dal punto di vista della capacità di soddisfare i bisogni umani, ma pur sempre un sistema contingente e suscettibile di alternative. Per Einaudi, invece, il liberalismo e’ tutt’uno con il ‘liberismo’, nel senso che senza Stato liberale non c’è mercato che sia davvero libero e senza ‘libero mercato’ non c’è Stato liberale e non c’è per la libertà la possibilità di esprimersi nella sua pienezza. Tuttavia, poi, lo stesso Einaudi distingueva tra il ‘meccanismo’ di mercato, che è senza dubbio il più adatto per rispondere alla domanda effettiva, e il problema di una più equa ripartizione del potere di acquisto tra i consumatori, la cui soluzione egli lasciava alle politiche sociali dei governi. E qui ricompariva, in seno alla teoria liberale, un’istanza egualitaria, che può essere più o meno avvertita a seconda del livello di sviluppo della coscienza civile e morale di una data società.

La distinzione tra mezzi e fini, il rifiuto del materialismo che consacra l’esistente come una realtà immodificabile, la prospettiva di una società migliore come scopo assegnato alla politica, sono l’eredità che ci hanno lasciato ii padri del liberalismo italiano e che nell’immediato fui raccolta dai loro discepoli, molti dei quali si riconobbero in una nuova sintesi teorica che denominarono, con lievi sfumature di significato, ‘socialismo liberale’ o ‘liberalsocialismo’. Termini nuovi e inediti, che apparvero in sé contraddittori e improponibili ai liberali ‘puri’, ma che, nella forma di un apparente ‘ossimoro’, sgombravano il campo da un equivoco, in cui tanti assertori del liberalismo sono ancora oggi irretiti, sottolineando che, per la sua essenza di dottrina dell’emancipazione umana di carattere universalistico, il liberalismo non può fare a meno dell’istanza complementare della giustizia; perché la libertà che si deve volere o è la ‘libertà giusta’ o degrada a libero gioco, contrapposizione e scontro delle forze e si risolve nel privilegio di pochi rispetto ai molti: un gioco che a lungo andare diventa intollerabile in nome della stessa libertà.

E’ proprio per questo che Ernesto Rossi, allievo di Luigi Einaudi e fautore del libero mercato, avvertì fortemente la necessità di disciplinarlo, di correggerne le storture, di indicare alla politica la strada delle ‘riforme’. Che egli non intese, però, nel senso ristretto e formalistico di una pura razionalizzazione o ‘modernizzazione’, volta ad accrescere l’efficienza del sistema, in vista di una maggiore competitività e di un rilancio dello sviluppo. Ne’ intese nel senso socialdemocratico della costruzione di un Welfare più ampio a tutela del mondo del lavoro. Il problema che egli ritiene debba avere la priorità assoluta su tutti gli altri è l’abolizione di quella vera e propria malattia sociale che è la ‘miseria’ e che nessuna delle società progredite è riuscita mai a risolvere né si è posto con la necessaria chiarezza e determinazione. Perché, espansione e sviluppo non riducono, ma allargano, di fatto, la ‘striscia’ sociale della miseria e l’edificio, per tanti aspetti meritorio, del Welfare tutela in massima parte i lavoratori occupati, mentre lascia fuori chi non riesce ad avere accesso al mercato del lavoro o vi entra da semplice precario. Un problema che nel tempo attuale assume la dimensione di un vero e proprio allarme sociale. Le politiche finanziarie, economiche, sociali devono partire da qui, considerando le possibili soluzioni al problema di garantire un’esistenza dignitosa alla società degli esclusi come la leva necessaria alla crescita e allo sviluppo di un sistema emendato dai numerosi e gravi ‘inconvenienti’ che ormai sono sotto gli occhi di tutti.

VEE

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“Il libero gioco delle forze economiche, stimolate dal tornaconto privato, in un regime individualistico, caratterizzato dall’ordinamento giuridico che garantisce la proprietà privata su gran parte degli strumenti materiali di produzione ed il rispetto dei contratti liberamente conclusi -in modo da permettere il funzionamento del meccanismo del mercato per la distribuzione dei beni di consumo fra coloro che ne fanno richiesta e per la distribuzione dei fattori di produzione fra tutti i possibili impieghi – presenta, nella società moderna, molti gravi inconvenienti, anche nei paesi più progrediti.

La miseria di larghi strati della popolazione, in stridente contrasto con l’opulenza di pochi privilegiati; lo sperpero di tante energie umane e di tante risorse materiali per soddisfare la vanità ed i futili capricci di chi si presenta sul mercato con una maggiore capacità di acquisto, il parassitismo di chi vive senza lavorare sulle rendite dei patrimoni ereditati; la collaborazione che il mercato dà, anche per il raggiungimento degli scopi più antisociali, a chiunque disponga di mezzi per pagare; la réclame bluffistica e le speculazioni predatorie con le quali vengono continuamente spogliati i consumatori ed i risparmiatori; le distruzioni di ricchezza causate dalla concorrenza e dal geloso individualismo dei produttori; gli squilibri dell’offerta rispetto alla domanda, derivante dall’azione indipendente degli imprenditori, la inattività di tante braccia e di tanti strumenti produttivi durante le crisi ricorrenti; la carestia dei prodotti provocata artificialmente dai monopolisti per tenere alti i prezzi; l’industria asservita alla finanza, che la dirige come strumento per le manovre borsistiche; il prepotere della plutocrazia e delle grandi organizzazioni sindacali operaie sugli organi politici responsabili: a questi e ad altri motivi di critica, che da diverse parti sono stati ampiamente sviluppati, bisogna pur riconoscere un fondamento di verità. E dobbiamo anche ammettere che molti difetti non sono accidentali; costituiscono oggi degli aspetti necessari del regime individualistico (…)

Pure, quando confrontiamo il regime individualistico con quella che ci si presenta come un’alternativa possibile – il monopolio statale di tutti gli strumenti di produzione, cioè la burocratizzazione di tutta la vita economica- ce ne appaiono evidenti anche gli aspetti positivi, ed arriviamo alla conclusione che, se non vogliamo rinunciare al continuo progresso del benessere umano ed ai valori essenziali della civiltà moderna, piuttosto che abolirlo, conviene pensare a modificarlo e correggerlo, continuando nelle riforme che sono state compiute in passato per renderlo meglio adatto alle mutevoli condizioni della vita collettiva, in rapporto alle sempreenuove esigenze della coscienza morale.”

giovedì 3 dicembre 2009

Adolfo Battaglia: Pannunzio senza eredi (da 'Europa')


Pannunzio senza eredi

Il convegno milanese sulla figura di Mario Pannunzio – l’ormai mitico direttore del più importante settimanale italiano, Il Mondo, dal 1949 al 1964 – ha puntualizzato alcune questioni non poco rilevanti anche per il dibattito politico odierno. Le hanno proposte in particolare Antonio Maccanico e Massimo Teodori, presidente e segretario generale del comitato Pannunzio, che insieme alla Fondazione del Corriere della Sera ha organizzato la giornata di lavoro.
Il primo punto concerne la rilevante influenza politica esercitata in Italia dal giornale di Pannunzio: un giornale indipendente, fondato su una solida cultura critica e salde tradizioni democratiche.
Si tratta di un’influenza che corrisponde ad un autentico contrappeso istituzionale, nel quadro moderno di checks and balamces, cui bisogna pensare. Essa è ancora oggi viva in altri paesi occidentali.
Sembra invece quasi soffocata in Italia da una serie di elementi politici, economico-editoriali e tecnici. Ora Teodori, in sede storica, ha rilevato che Pannunzio non ha avuto eredi. Ma convenendo su ciò Maccanico ha osservato, in sede politica, che quella funzione appare ancora essenziale per un duplice ordine di motivi. Sia per evitare la ricaduta in un sistema multipartitico, del tutto inadatto a rispondere alla realtà degli stati contemporanei; sia per portare a positiva conclusione il nostro imperfetto sistema bipolare, l’unica struttura politica su cui può fondarsi un ordinamento ricco di capacità di governo e di controlli istituzionali, non meno che di pluralismo politico e culturale. E su questa osservazione è sembrato importante abbia convenuto il direttore del più importante quotidiano italiano, Ferruccio De Bortoli, in un intervento molto bello sulla funzione della stampa e sui pericoli che oggi corre nel nostro paese.
Pannunzio riuscì in una cosa importante e fallì in un’altra. Gli riuscì cioè la formazione di una piccola armata da combattimento costituita da tutte le schegge progressiste di spirito laico presenti nel tessuto italiano.
Era in sostanza lo stesso progetto su cui nel ’44 La Malfa aveva chiamato invano Nenni e il socialismo; su cui nel ’46 Parri chiamò invano il Partito d’azione; su cui invano Brosio, Calvi e Carandini avevano tentato di trascinare il Partito liberale; e su cui infine si costituì il Partito radicale.
Riuscì invece a Pannunzio di raccogliere tutti nel Mondo e di portare alla battaglia un piccolo naviglio compatto contro le grandi corazzate maggioritarie. Ma è ben probabile che questa piccola armata non si sarebbe raccolta se a essa non avesse presieduto quel quadrilatero culturale forte che fu anche caratteristico del giornale di Pannunzio: Benedetto Croce, Gaetano Salvemini, Guido Calogero e Carlo Antoni. Anch’essi uomini di formazione e provenienze differenti, che poterono stare insieme non perché riuscivano a contaminarsi tra loro – come nel Partito democratico qualcuno pretenderebbe oggi si facesse – ma semplicemente perché al fondo erano accomunati dallo stesso tipo di cultura critica, a-ideologica e razionale.
Pannunzio non riuscì invece a trasferire l’unità delle forze democratico-liberali dal terreno politico-giornalistico a quello della struttura politico-organizzativa. Ciò pesò slla politica interna italiana. Breve infatti fu il tempo (poco più del primo decennio della repubblica) dell’intesa tra il riformismo laico e il riformismo cattolico. Ma fu un’intesa estremamente produttiva perché gettò tutte le basi dell’Italia industriale moderna, dissolvendosi poi sotto il peso di vari elementi. Un centrosinistra più piatto seguì al centrosinistra riformatore di Fanfani – Vanoni – Saraceno e La Malfa – Visentini – Fuà – Sylos. Alle forze progressiste laiche riuscì pur sempre, tuttavia, di essere parte rilevante – e talvolta decisiva malgrado l’esiguo consenso elettorale – in molti dei principali snodi della vicenda italiana. Al convegno di Milano è stato inevitabile domandarsene la ragione. E si è rilevato che essa risiede, più che nelle loro proposte di politica interna, nella loro visione internazionale.
Il fatto è che gli sconvolgimenti seguiti alla seconda guerra mondiale avevano collocato l’Italia nel quadro della civiltà politica occidentale. E di concezioni occidentali erano ben poco impregnati in Italia entrambi i due partiti maggioritari, quello cattolico e quello comunista.
Ne seguì di conseguenza – vorrei dire, per sottrazione – un’imprescindibile funzione delle forze che quella civiltà politica rappresentavano e rivendicavano.
D’altra parte, si trattava di forze che avevano potentemente contribuito a formare i titoli di gloria dello stato repubblicano: l’antifascismo, la Resistenza, la Costituzione.
Ed era dunque doppiamente impossibile farne a meno. De Gasperi lo vide lucidamente per primo. Ma la sua grande strategia è passata sotto una definizione che è forse impropria, o parziale, cioè come “intesa fra laici e cattolici”. La loro intesa era invero qualcosa di assai più ampio, perché aveva a che fare non soltanto con la vicenda italiana del rapporto tra stato e chiesa ma con l’intera storia europea e, in sostanza, col destino politico del continente. Fu quello un decisivo tornante della storia mondiale, nel quale anche l’Italia fece la sua parte. E l’intesa tra cattolici e laici si strinse sul punto decisivo che l’Italia poteva progredire soltanto stando con chiarezza dentro il quadro occidentale. Naturalmente, su questo punto ci si scontrava duramente con i fascinosi miti dell’Urss e del socialismo che la sinistra comunista e socialista veniva agitando. La loro campagna contro i leader laici fu violentissima e l’intesa con De Gasperi poté reggere solo perché i leader laici ebbero visione chiara e grande fermezza etico-politica. Erano Luigi Einaudi e Carlo Sforza; Saragat e Silone; Parri e La Malfa; Pacciardi e Reale; Rossi e Spinelli; Pannunzio e Carandini. Ebbero tutti chiarezza e fermezza. E si può dunque concludere che l’importante ruolo che poi avrebbero sempre avuto derivò non tanto dalle loro forti personalità, come talora si è detto, quanto piuttosto dalla loro posizione di guardia di un cruciale valico di frontiera. Era la posizione che presidiava il valico tra mondo occidentale e mondo comunista meglio di tutte le altre perché le forze laiche lo tenevano non solo con autorità morale ma soprattutto con intrinseca autenticità culturale, in modo inconfondibile con quello delle forze cattoliche. Era un valico non storicamente superabile, se non a prezzo dello sfascio generale del paese; e infatti è sempre rimasto tale a tutela dell’unità dell’Italia. Ed è stato questo ruolo sottile ma imprescindibile che ha assegnato alle forze laiche una funzione storico-politica non comprimibile e non paragonabile al numero dei loro consensi.
È un vero peccato che nella saggistica italiana il riconoscimento della funzione della sinistra laica e del valore dell’intesa fra riformisti cattolici e laici, sia stato sopraffatto da una interpretazione della vicenda nazionale fondata invece sull’esperienza dei partiti di massa, da tempo invero defunti. Questo bel convegno milanese su Pannunzio e il mondo della stampa e della politica ha marcato un segno diverso, che potrà forse essere prezioso per il futuro.u

sabato 28 novembre 2009


NUOVO PARTITO D'AZIONE - Coordinamento Nazionale
Mario Pannunzio
Ricordare Mario Pannunzio oggi, in occasione del centenario della sua nascita, significa, almeno per i giovani e per quanti non l’hanno conosciuto di persona, richiamare alla mente l’esperienza de “Il Mondo”, il settimanale da lui fondato e diretto dal 1949 al 1966, l’ opera’‘, cioè, di maggior impegno e rilievo culturale e civile, in cui la sua individualità si è –crocianamente- concretizzata e totalmente risolta.Mario Pannunzio è “Il Mondo”, l’organo e la sede di elaborazione della cultura politica antifascista, democratica e progressista che per quasi un ventennio ha trovato spazio nelle pagine e nelle rubriche che il suo direttore, come abile, quanto discreto, regista, alieno da tentazioni di protagonismo e deciso a rimanere sempre dietro le quinte, componeva e curava nei minimi dettagli, anche grafici, avendo sempre di mira la congruenza e l’efficacia dell’insieme. Ecco perché, in fondo, è certo sempre interessante, ma in modo solo relativo, ricostruire storicamente le linee della sua biografia personale, chiarire le sue ascendenze intellettuali, interrogarsi sulla natura del suo ‘liberalismo’, distinguendo la sua posizione da quella dei collaboratori, dei redattori e delle firme ospitate sulle colonne del suo settimanale, dal momento che quello che conta di più è la ‘linea’ complessiva che emerge da quest’opera a più voci, in cui le singole parti si ricompongono in un tutto.Questa ‘linea’ di politica culturale, o, meglio, questa ‘linea’ culturale, che autonomamente si metteva a servizio della politica, distinguendosi con nettezza dalla prassi politica che mira ad utilizzare strumentalmente la cultura, ha esercitato, grazie all’apporto di un élite intellettuale di grandissimo valore, una funzione educativa di eccezionale importanza nell’Italia appena nata alla democrazia moderna, riuscendo, anche, ad incidere sulla svolta storica degli anni Sessanta, cioè sulla svolta politica più ricca di promesse della storia repubblicana: quella dell’ ‘apertura a sinistra’ e del passaggio al centro-sinistra, attraverso il quale, programmaticamente, l’istanza della libertà si ricongiungeva strettamente con quella della giustizia sociale, in un rapporto, certamente difficile e problematico, ma coessenziale.Perché, una libertà fine a se stessa può entusiasmare, e magari commuovere fino alle lacrime, le oligarchie economiche e sociali dominanti, ma soltanto l’ideale di una ‘libertà giusta’ può diventare fede comune e trasformare un aggregato di individui, sempre più atomizzati e ristretti in cerchie protettive, in una società, veramente ‘aperta’, in cui vengano superate le numerose, persistenti e paralizzanti chiusure corporative. ‘Liberale’ certamente Pannunzio fu, ma nel senso pregnante concettualizzato da Croce, per cui la libertà non può essere per sempre oggettivata in leggi e istituti, che in sé e per sé intrinsecamente la contengano e automaticamente la garantiscano dai suoi nemici. La libertà, infatti, vive soltanto nell’anima umana; è un’energia che deve essere alimentata attraverso una cura e un impegno costanti, e può accrescersi, così come può decadere, esprimendosi, di volta in volta, in processi, forme e istituzioni, più o meno adatti a consentirne l’ espansione, o, viceversa, posti in essere per limitarla o per opporle ostacoli che finiscono per soffocarla.Questo fu il motivo che portò Croce a contrapporsi ad Einaudi e a negare che tra liberalismo e liberismo vi fosse un rapporto necessario. Una polemica, nata forse da un non compiuto reciproco chiarimento circa il rapporto tra i fini e i mezzi, che, da una parte, non rendeva ragione del comune rifiuto – di Einaudi e di Croce - del totalitarismo comunista e, dall’altra, metteva in ombra l’ apertura einaudiana verso le politiche sociali atte a far fronte ai ‘bisogni’ reali e ad incrementare, dunque, la libertà, pur nella convinzione che il mercato è stato storicamente e resta il mezzo, il meccanismo, migliore e senza alternative, per corrispondere alla ‘domanda’ effettiva di beni e di servizi.Così come da un’incomprensione nacque il dissenso di Croce dai suoi discepoli di ‘sinistra’, molti dei quali confluirono nel Partito d’Azione e, dopo il suo scioglimento, entrarono a far parte dell’ambiente culturale de ‘Il mondo’, restando fedeli, come azionisti, alla ‘religione della libertà’ e distinguendosi dal maestro soltanto nell’individuazione delle forze che tradizionalmente si opponevano al suo progresso e nella volontà di lottare concretamente contro di esse, per la trasformazione sociale e l’affermazione, in Italia e nel mondo, di equilibri più liberali e più giusti.Pannunzio fu, appunto, un’anima liberale: “uno dei pochi liberali autentici –scrisse Vittorio Gorresio – per l’istinto critico sicuro che lo guidava alla ricerca di soluzioni morali, culturali, politiche”, andando sempre in profondità e riuscendo a guardare le cose “da un angolo diverso e nuovo, mai nel modo generico proprio della maggioranza”.Per questo egli fu un vero maestro di intelligenza politica e di anticonformismo. La sua eredità, ancora viva e solo parzialmente messa a frutto, ci invita ad approfondire i temi che furono al centro della ricerca e della riflessione de “il Mondo”: l’europeismo, l’economia di mercato (alla luce dei suoi più recenti sviluppi e delle sue indesiderabili conseguenze), il laicismo.E ci addita la possibilità di una alternativa tra la subcultura cattolica e la subcultura marxista, che a lungo hanno prevalso in Italia, ritardandone il processo di modernizzazione, e rispetto ad una cultura pseudo liberale, strumentalmente ossequiosa verso la prima e dichiaratamente avversaria della seconda, nonostante questa non esista più.Ci addita, cioè, la via di una “rivoluzione democratica”, senza la quale il paese non uscirà dalla crisi istituzionale e politica più grave del sessantennio di storia repubblicana.
Vittorio Emanuele Esposito

sabato 21 novembre 2009

Il 'casino delle libertà' e le condizioni per una ripresa democratica (Paolo Sylos Labini 2004)


Il "casino delle libertà" e le condizioni per una ripresa democratica

Paolo Sylos Labini: Quattro utopie per governare (2 agosto 2004)
Il Programma: È importante la formula ed è importante il contenuto: il progetto; ha ragione Occhetto. Prodi ha lanciato l’idea delle elezioni primarie, all’americana; sull’Unità del 27 luglio Occhetto ha rilanciato l’idea di un nuovo Ulivo che abbia un progetto preparato da tutti i partiti e gruppi di opposizione; Veltri sull’Unità del 26 ha rilanciato per l’ennesima volta l’idea di una Costituente per un nuovo Ulivo.Ma di concreto non si è concluso nulla. Forse questa è la volta buona, poichè la gente ha compreso che senza unità e senza progetto c’è il rischio di non battere Berlusconi, nonostante la caterva di prepotenze e di misfatti che compie ogni giorno.
Oramai tutti si stanno rendendo conto di chi è Berlusconi. Ma è grande il rischio che abbia luogo un ulteriore aumento delle astensioni, che già rappresentano il maggiore partito italiano. Ed è essenziale che i leader superino i personalismi e le idiosincrasie. Se questo non succede sarebbe la finis Italiae.
Con tutti i vassalli di cui dispone il Cavaliere - l’espressione gentile è di Violante, io parlerei di servi nel libro paga, sparpagliati in tutti i partiti del casino delle libertà - non possiamo sperare che se ne vada in tempi brevi. Ma i tempi non saranno neppure troppo lunghi. Dobbiamo prepararci.
Le proposte di Prodi, di Occhetto e di Veltri, che convergono, mi sembrano utili.Giuseppe De Rita ha posto il quesito: a quale blocco sociale il centro-sinistra intende far riferimento. Si può rispondere: neppure al tempo del Partito comunista e della “lotta di classe” c’era un blocco sociale di riferimento. Sul finire degli anni 60 secondo le mie stime, puramente indicative ma suffragate anche da esperti di quel partito, gli elettori erano solo per il 60% operai, gli altri appartenevano ai ceti medi, compresi non pochi membri della borghesia intellettuale. La democrazia cristiana, partito dichiaratamente interclassista, aveva come elettori il 45% di operai. Allora la “classe operaia” rappresentava il 45% della popolazione attiva, oggi la quota è scesa a un terzo - la tendenza persiste. L’orientamento politico dei ceti medi ha dunque un peso decisivo sui risultati delle elezioni. Ma non è affatto un peso costante né volto in una direzione predeterminata, essendo assai differenziati i loro interessi economici e le loro preferenze culturali. Contano, beninteso, le conquiste dello stato sociale, conta la pressione fiscale - sebbene la massima parte degli elettori abbia compreso che i tributi servono in primo luogo a fornire servizi sociali - e conta la corrispondenza fra promesse e azione politica: gli elettori non possono essere ingannati a lungo.
Emerge dunque una sorta di mercato che da un lato ha i partiti che offrono vantaggi, economici e non economici, e cittadini, che votano per questo o per quel partito, cambiando anche partito o astenendosi dal voto se perdono fiducia in tutti i partiti. La fiducia la possono perdere se si convincono che nei partiti al potere dominano i ladri. Certo, ci vuole tempo per rendersi conto degli effetti dei ladrocini. Ma prima o poi succede: il tempo dipende dal grado di cultura e di civiltà di un paese. In tutto questo prevale l’indeterminatezza e il Progetto acquista un ruolo essenziale.
1.Come obiettivi di lungo periodo, ma da perseguire fin da ora, possiamo indicarne quattro. Non pensare solo all’altezza delle retribuzioni, ma anche al contenuto dei lavori. Bisogna mirare alla rapida crescita dei lavori gradevoli. È un’aspirazione già adombrata da Adam Smith, il fondatore della scienza economica moderna, e, più compiutamente, portata avanti dagli utopisti francesi del principio dell’800. Le vie principali sono due: sviluppare la ricerca, che moltiplica i lavori altamente qualificati e quindi non monotoni e non ripetitivi; promuovere la partecipazione dei lavoratori: una formula con diversi significati. In primo luogo la partecipazione deve riguardare la piccola ricerca applicata che si svolge nell’impresa in cui il lavoratore opera: vanno incentivate le sue proposte volte a migliorare la tecnologia e l’organizzazione.
C’è poi la partecipazione alla gestione dell’impresa o solo agli utili o ai guadagni di produttività. La partecipazione alla gestione, prevista dalla Costituzione ma mai applicata, crea un clima di collaborazione che può far bene all’impresa e consente un controllo degli amministratori che può ridurre, ben più efficacemente di organi pubblici o di società di certificazione, i gravi abusi che hanno portato, negli Stati Uniti, al fallimento della Enron e, in Italia, della Parmalat. La partecipazione alla gestione nel caso delle grandi imprese va introdotta utilizzando ciò che di valido è emerso dall’esperienza tedesca. Nelle piccole e medie imprese la partecipazione può essere incentivata favorendo gl’imprenditori leader, che hanno la capacità di guidare, animare, motivare gli uomini e indurli ad amare il loro lavoro. Il “capitalismo” non è il Bene ma non è neppure il Male: è un sistema che può essere indirizzato in una direzione o nell’altra. Alla fine, il trionfo del lavoro gradevole significa la fine dell’alienazione, che ha costituito e tuttora costituisce la tara peggiore del capitalismo.
2.Secondo obiettivo di lungo periodo - seconda “utopia”: l’Europa. Oggi si dibatte in difficoltà che sono gravi soprattutto per noi e per la Germania. Rilanciamo l’Europa per il progresso civile di tutti e per la salvaguardia della stessa pace del mondo. Avendo cessato di essere teatro di frequenti sanguinose guerre civili, l’Europa può diventare portatrice di pace proprio per la sua millenaria cultura. Così, per l’Iraq l’Europa dovrebbe inviare una missione di persone competenti ed autorevoli col compito di studiare a fondo la situazione, stabilire relazioni coi paesi confinanti, con la Turchia e con l’Egitto e preparare in tempi brevi un rapporto da presentare al vertice europeo con proposte preliminari concrete. La via è lunga e terribilmente difficile. Ma l’Europa deve assumere una posizione propria. Facendo leva sull’Europa, ma da principio operando autonomamente, dobbiamo rilanciare la ricerca nelle sue tre articolazioni - libera, di base, applicata - collegando un tale rilancio con quello dell’industria. Nel gruppo coordinato da Occhetto ci sono persone con cui io mi trovo in sintonia: anche altri economisti, esterni al gruppo, si trovano in sintonia e sono pronti a dare il loro contributo per una strategia di rilancio industriale. Stiamo lavorando.
3.Terzo obiettivo: l’ambiente. La critica che mi sento di muovere ai Verdi è che sono pronti ad opporsi ad opere che, a torto o a ragione, giudicano nocive per l’ambiente. Ma di proposte in positivo non ne fanno quasi mai. Faccio due esempi: sono possibili drastici risparmi nel consumo di petrolio: altri paesi, come la Germania, li hanno ottenuti: nulla è accaduto da noi. Secondo esempio: era stato avviato, con un certo successo, l’impiego di auto a motore ibrido: perché non si va vanti? Certo, la via maestra è d’individuare fonti di energia alternative sufficientemente abbondanti. Bisogna incalzare governi ed imprese.
4.Quarto obiettivo: sradicare la miseria. Ciò non è avvenuto né da noi, né negli Stati Uniti né in altri paesi avanzati. Ma è avvenuto, per esempio, nei paesi scandinavi, almeno se ci riferiamo alla miseria come fenomeno sociale. Dunque: è possibile. Ma la miseria più terribile è quella che troviamo in certi paesi dell’Asia e nell’Africa sub-sahariana. Ben difficilmente questi paesi possono sradicarla senza l’aiuto dei paesi avanzati. Bisogna però evitare come la peste gli aiuti puramente finanziari, fonte di corruzione e di sprechi. Bisogna invece puntare sugli aiuti organizzativi, da fornire con tre centri: per l’Africa sub-sahariana i centri debbono essere creati in Europa e debbono organizzare, ciascuno, una rete di unità operative dislocate sul territorio, Il primo centro dovrebbe riguardare la lotta all’analfabetismo, il secondo la formazione di esperti agrari e industriali, il terzo la sanità, creando produzioni locali per i farmaci volti a combattere i tre grandi flagelli di quei paesi, l’Aids, la malaria cerebrale e la tubercolosi; questo centro dovrebbe rafforzare ed estendere le unità dell’Organizzazione mondiale della sanità.Le unità dei tre centri richiederebbero molti volontari disposti ad andare sul posto. Ma la recente esperienza dimostra che i volontari non mancano. I “realisti” debbono ricordare che i giovani hanno un bisogno addirittura biologico d’ideali.Il nostro gruppo elaborerà delle proposte col contributo di altri intellettuali e ci auguriamo di poterle offrire al Progetto del centro-sinistra che è urgente preparare.
da www.democrazialegalità.it

lunedì 16 novembre 2009

'Processi brevi per i corruttori', non per i clandestini...


Basta!
Il governo Berlusconi, sostenuto da falsi democristiani, falsi liberali, falsi socialisti, falsi repubblicani, confluiti tutti nel Popolo della Libertà, si muove contro la legalità costituzionale, voltando le spalle e di fatto contestando, in un gioco sempre più scoperto, la validità dei principi su cui si fonda lo Stato repubblicano sorto nel 1948.
Se non avremo la capacità di persuadere all’uso della ragione questa eterogenea, seppur compatta, maggioranza parlamentare, che sembra correre sempre più frettolosamente verso il punto di rottura di un equilibrio fin dall’inizio alterato , lo Stato collasserà e la parola passerà allora solo alla forza.
Chi in questo Stato si riconosce e non accetta la menzogna propagandistica di una presunta ‘costituzione materiale’, che si sarebbe sostituita alla ‘costituzione formale’, tuttora vigente, come norma suprema e regolativa della vita civile, non ha alcuna riserva sulla legittimità della maggioranza e del Governo e sul loro diritto di legiferare e di governare.
Non accetta, però, non può accettare, che il consenso ottenuto dal voto degli elettori autorizzi il Governo a proporre e il Parlamento a varare leggi che calpestino principi fondamentali, non negoziabili, del nostro ordinamento giuridico, dell’Europa e del mondo civile.
Dopo la seconda bocciatura da parte della Corte Costituzionale degli espedienti giuridici ideati per sottrarre il Presidente del Consiglio dei Ministri, e solo lui, all’eventualità di procedimenti giudiziari, previsti e presumibilmente temuti, per la terza volta il Governo si accinge a riproporre qualcosa di simile al Lodo Alfano, o, in alternativa, intende portare al voto del Parlamento un disegno di legge sul ‘processo breve’, che potrebbe consentire agli imputati di sfuggire al pronunciamento dei giudici, sfruttando la carta della ‘prescrizione’ e che viola in modo intollerabile il principio dell’uguaglianza dei cittadini.
Tutti i sofismi, le contorsioni verbali, le reticenze, le menzogne pietose, con cui, in precedenza, questa volontà era stata mascherata, come se fosse dettata dalla necessità di tutelare le massime cariche dello Stato o dalla necessità, a tutti evidente, di una ‘riforma della giustizia’, sono crollati e le bugie, pervicacemente sostenute, per mesi, da deputati, sottosegretari, ministri, che, incuranti di perdere la faccia, hanno difeso come interesse di tutti l’interesse del Capo, hanno lasciato il posto ad una disarmante ammissione della verità.
Questa sera. a ‘L’infedele’, due giornalisti della stampa filo-governativa, in presenza del Ministro Bondi, hanno dichiarato, quasi con candore, che i provvedimenti allo studio servono soltanto per salvare Berlusconi dai processi e, in subordine, per accondiscendere alle richieste della Lega, a loro dire, molto sensibile agli aspetti ‘simbolici’ dei problemi!
Si stenta a credere a quale grado di improntitudine e di impudicizia sia giunto chi oggi si trova nell’area del potere! Il Ministro della Cultura Bondi, scimmiottando recenti esternazioni del ‘lombardiano’ Brunetta contro il ‘culturame’ (Riccardo Lombardi deve essersi rivoltato nella tomba) vi ha aggiunto una tirata delle sue contro gli intellettuali ‘radical chic’, rei di mettersi di traverso alla volontà del popolo e del suo capo.
Bene, questa sera, anche chi si ostinava a non crederci, a pensarlo e a non dirlo, o a dirlo con circonlocuzioni ed eufemismi, si è trovato di fronte ad una limpida prosopopea del fascismo. Bando, dunque, agli equivoci, perché la ‘democrazia’ del Popolo della Libertà – con l’eccezione, forse, di Fini e di pochi altri, che rischiano, però, di essere travolti – si è finalmente rivelata per quella che è: la ‘democrazia del fascismo’.
Che fu certo un governo ‘popolare’, nel quale il potere arbitrario del Capo veniva periodicamente legittimato dal consenso popolare (opportunamente manipolato dai mezzi di propaganda). Ma di esso egli, poi, si giovò per decidere, secondo il suo arbitrio, l’alleanza con Hitler, le leggi razziali e l’entrata in guerra: cose che, sicuramente, il popolo non avrebbe voluto e non volevano neanche quei ‘radical chic’ ante litteram che a questa sorta di democrazia, spuria e barbara, si opposero, pagando con il carcere, la tortura e la morte.
E del fascismo il Popolo della Libertà condivide anche un’idea di libertà che prescinde dall’uguaglianza; che rinnega il principio di uguaglianza, fondamento della Stato italiano, come di tutti gli Stati civili del mondo. Tanto che molte leggi che il Centro-Destra ha licenziato o si appresta a porre in calendario lo violano, introducendo un’ aperta distinzione tra cittadini di ceto superiore e cittadini di ceto inferiore, o magari discriminando i clandestini, in rispetto della sensibilità ‘simbolica’ della Lega.
Saremo ‘giacobini’, noi del Partito d’Azione, ma a questi mostri giuridici e politici, partoriti dalla malafede, non ci piegheremo mai.
E, questa volta, non ci sarà un altro Aventino. Giorno per giorno manterremo il campo e lo riconquisteremo insieme ai molti italiani, che, ora più che mai, sentono agitarsi dentro di sé lo spirito del Risorgimento e della Resistenza.
VEE