venerdì 5 marzo 2010

Documento del Comitato Gobetti di Napoli


COMITATO PIERO GOBETTI
Via Belsito, 41 80123 Napoli
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Documento del Comitato Piero Gobetti dopo l'incontro di Napoli

Siamo chiamati a costruire l’area dei Liberal Socialisti nella quale devono confluire le diverse tradizioni politico-culturali del socialismo italiano energie che hanno arricchito il riformismo italiano ma che per vicissitudini storiche si trovano divise, divisione che ha permesso il sorgere di una nuova destra illiberale ed antidemocratica consapevole delle potenzialità delle nuove tecnologie per una moderna egemonia di potere.

Il nostro compito è quello di condividere e rappresentare le opinioni e le aspettative di milioni di cittadini che in questi anni sentono di far riemergere l’altra Italia che rifiuta l’illegalità diffusa, i conflitti d’interesse dei potenti, l’uso privatistico delle istituzioni, la sottomissione dei poteri costituzionali all’arbitrio del governo, respingere la contrazione forzata dei diritti e dei redditi dei lavoratori, la loro impossibilità di costruirsi un futuro, la lotta contro la sistematica distruzione di fondamentali strumenti di tutela, di giustizia e eguaglianza, della metodica distruzione del sistema scolastico pubblico a favore di quello privato cattolico e il depauperamento della ricerca scientifica e culturale che ha portato l’Italia ad una vera e propria ‘crisi di civiltà’, va da se la grave crisi dell’informazione ormai monopolio privato di una destra antidemocratica.

In tale quadro si colloca l’impegno che deve assumersi l’area Liberal Socialista che deve dare voce alle cittadine e ai cittadini che sono rimasti al di fuori delle decisioni politiche. Per questo l’area Liberal Socialista deve essere un radar puntato sulle realtà emergenti, sui movimenti e le associazioni della società civile che sono la vera novità italiana. I movimenti, come quello denominato ‘I viola’ esprimono contenuti, proposte, idee che arricchiscono il patrimonio indispensabile di una nuova stagione di governo delle forze di progresso.

Dobbiamo superare le divisioni, ormai oziose, del mondo socialista per collegare dentro una forte coalizione tutti i movimenti riformatori che vedono nell’attuazione dei principi della nostra Costituzione - che Calamandrei giustamente chiamava ‘programmatica’ - il coronamento della nostra interpretazione della vita sociale.

Il processo di incontro tra le varie anime del socialismo non può avvenire come aggregazione attraverso un partito egemone, ma da un progetto riformatore costruito dall’incontro di punti di vista diversi.

Sono necessarie una feconda contaminazione tra le diverse anime riformatrici e l’elaborazione partecipata delle proposte politiche attorno ad alcuni fondamentali valori condivisi.

Come è nostra tradizione consideriamo la libertà non il vessillo di un solo partito, ma la condizione preliminare e inviolabile della convivenza sociale e dell’eguaglianza e dunque ci batteremo contro ogni tipo di restrizione delle libertà individuali e dei diritti di cittadinanza.

Questione dirimente della democrazia in Italia è il conflitto di interessi che permea e distorce le funzioni parlamentari e di governo, le devia dalla loro finalità costituzionale, è causa diretta della grave crisi, costituzionale, economica, etica in cui versa la Repubblica. Altrettanto si può affermare per il dominio del potere politico sulla comunicazione. In un’epoca in cui la manipolazione e l’intrattenimento di massa sono ormai divenuti strumenti di controllo, è indispensabile fare dei mezzi di comunicazione il luogo di una grande riforma intellettuale e morale del paese.

Ci batteremo per l’Europa aperta al resto del mondo attraverso scelte utili a superare il divario tra i paesi ricchi e quelli in ‘eterna via di sviluppo’ per la giustizia economica e finanziaria, per la salvaguardia dell’ambiente. A questo fine è necessario un rafforzamento dell’ONU ed un nuovo orientamento delle politiche troppo liberiste del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale e OMC.

In attesa dell’incontro che si svolgerà all’indomani delle elezioni politiche regionali, indispensabile diventa lo scambio di riflessioni, idee, progetti e proposte per l’organizzazione di questo movimento Liberal Socialista e le modalità per aprirlo al mondo esterno e coinvolgere la società italiana, uscendo dal rischio di un mero esercizio intellettualistico.

Buon lavoro

domenica 28 febbraio 2010

Gaetano Salvemini di Gaetano Maruca


Gaetano Salvemini nacque l’8 settembre 1873 a Molfetta, in provincia di Bari. La famiglia apparteneva alla piccola borghesia ed era composta da nove figli che il padre, modesto impiegato, mandava avanti stentatamente.

Gaetano compì gli studi classici con l’aiuto di uno zio prete. In quegli anni il giovane Salvemini ebbe coscienza, ancora alquanto confusamente, dei torti subiti dalla popolazione meridionale.

Le idee di quegli anni, dopo la caduta del prezzo del vino da 40 a 2 lire, dovuta alla poco avveduta politica doganale con la Francia, di cui era responsabile Crispi, erano di aperta ostilità al governo crispino e di ciò avevano avuto buon gioco i radicali che, nel collegio elettorale di Molfetta, erano riusciti a far eleggere il loro rappresentante Imbriani.

Non diversamente pensava il giovane Salvemini, che esprimeva nel suo primo articolo, apparso su un giornaletto locale nel 1892 dopo due anni di studi universitari, il suo sdegno antigovernativo e la sua fiera opposizione di repubblicano. Era giunto a Firenze nel 1890, quello che allora si chiamava Istituto superiore di studi pratici. Qui ebbe insigni maestri, che poi, nel corso della sua vita ricordò tutti: Frezza, Malfatti, Martinelli, Coen, Lavazza, Ramorino e fra gli altri Alberto del Vecchio, Pio Rajna, F.G. Parodi, Achille Gennarelli.

Non pare che il giovane avesse, quando giunse a Firenze, una particolare vocazione per gli studi storici. Ma la vocazione si manifestò sul finire del primo anno, allorché, assente il Villari, chiamato a far parte del gabinetto Rudinì, potè tenere poche lezioni. Su di lui ebbero molta influenza non insegnanti della statura del Villari, ma Achille Coen e Cesare Paoli. Nel 1893 aderì espressamente al partito socialista.

E’ molto importante, per comprendere il clima di quegli anni, rileggere le pagine di B. Croce sulla “Storia d’Italia dal 1871 al 1914″, in cui descrive le condizioni degli spiriti di quegli anni: “Le descritte condizioni psicologiche, l’incertezza dei fini da perseguire, il dubbio sui mezzi, il vuoto nelle idee, tutte queste cose di cui si soffriva, danno il modo di intendere perchè mai, nel 1890 circa, si accendesse nei giovani italiani l’appassoniamento per le dottrine del socialosmo, che rapidamnete crebbe e si diffuse lungo quel decennio. Era questo un movimento di carattere auropeo, ma ebbe in Italia, dove apparve più tardi che in altri paesi, un proprio andamneto ed effetti particolari, come si vede nel ripercorrerne la storia. Socialisti o inclini al socialismo, e a questo simpatici, non erano più gli sparsi individui di cui abbiamo accennato la fisionomia, ma gli studenti universitari di ogni facoltà, quelli di più sveglia intelligenza….e letterati giovani, e altri della generazione già matura e che in esso si ringiovanivano, con a capo E. De Amicis, il quale ora consacrava al socialiosmo l’arte dei suoi bozzetti e delle sue altre scritture: e altri di varia professione, che dischiudevano la mente a quel che si presentava oggetto di nuovo fervore e travaglio spirituale. Il socialismo marxistico veniva a riempire il vuoto che vaneggiava nel pensiero e negli ideali italiani sotto l’azione dissolvitrice del positivismo e del correlativo pessimismo, e che i giovani sentivano e di cui assai pativano, bramosi di una luce dall’alto, di un fuoco per le loro anime, di un fine a cu tendere le forze, che non fosse alcuno dei piccoli fini della vita pratica e professionale, di un fine che avesse valore universale ed etico. La recezione del socialsmo marxisistico in Italia e il fermento a cui diè luogo furono, per contrario, un complesso di correzioni , di restituzioni e restaurazioni, di migliori avviamenti, di maggiori approfondimenti, che ridiè contenuto alla ciltura italiana, la raccolse floscia e cascante e l’appoggiòad una ossatura. Non minore giovamento venne da quel fervore socialstico alla vita morale, la quale non è profondamnete danneggiata dalle esagerazioni, dagli eccessi e dai fanatismi, ma è gravemente depressa, e può essere spinta alla corruttela dallo sconforto e dalla sfiducia, dal pessimismo, dalla caduta dell’entusiasmo e dall’irrisione degli entusiasmi.”

Questo ambiente storico-culturale influì molto sulla conversione di Salvemini al socialismo e sono anche questi gli anni della appassionata lettura di testi marxistici e , come dirà lui stesso negli anni dopo, parlando di sè nel 1896, era allora “un giovane di ventirè anni che nei due anni precedenti aveva divorato il Manifesto dei comunisti e gli altri scritti di Marx sulle lotte di classe in Francia nel 1848, sul colpo di Stato nel 1851 e sulla Comune, aveva scoperto il vangelo nel “materialismo storico” di A. Labriola, ed aspettava con impazienza ogni due settimane la “Critica Sociale ” di Turati”.

Intanto, laureatosi , passa ad insegnare nei Licei di Palermo,Faenza, Lodi. In quest’ultima città scopre, mel 1898-99, nella biblioteca comunale “gli scrittori politici lombardi del Settecento e dell’0ttocento e C. Cattaneo, che sopra tutti come un’aquila vola”. Il Federalismo di costui si accordava con le idee di Salvemini che suggeriva che il corso di “Logica e psicologia delle menti associate” fosse introdotto nei Licei e desse definitavemnte il bando alle storie di Filosofia, responsabili, a suo parere, della confusione mentale esitente ivi.

Nel 1901 aveva vinto , a vent’otto anni, il concorso per la cattedra universitaria e nell’autunno dello stesso anno intraprendeva l’insegnamento presso l’Università di Messina.

Le sue osservazioni sul marxismo, che prima abbiamo riferito, lo porteranno, nel 1911, ad abbandonare il partito socialista. Non stiamo qui a polemizzare con l’ampia letteratura sull’abbandono del partito, ma ci sembrano di particolare importanza quegli accenni che faceva il Salvemini sulle idee marxistiche. Questa linea di condotta sembra molto vicina alle posizioni assunte dal Croce che, dopo aver letto i volumi del marxismo classico, non ne fu però sopraffatto, ma essi contribuirono a chiarire le sue ideee gli servirono, in seguito, come metodo, piuttosto che immobilizzarlo in una visione del mondo prestabilita e forse anche preconcetta. Infatti egli in una lettera riferisce: “il marxismo come canone di interpretazione storica ha avuto su di me una grande influenza". Uscito dal Partito socialista, non abbandonò la lotta politica e fu molto severo col Giolitti, che denominò “il ministro della malavita” per i suoi brogli elettorali e i metodi poco democratici di governare.

Della campagna di Libia fu poi un irriducibile oppositore. Intanto L’Europa conosceva i primi fermenti di una guerra che avrà dimensioni mondiali.

L’Italia, benchè legata alla Triplice Alleanza, aspettava e rifletteva su quel cruciale momento storico. I partiti erano due: quello della guerra e quello del non intervento. Salvemini fu tra i promotori dell’entrata in guerra dell’Italia. Nel 1919 venne eletto deputato e resterà in carica fino al ‘21, facendosi sostenitore della politica di rinuncia, nella questione balcanica.

Nel 1925, uno tra i fermi oppositori del fascismo, fu arrestato per aver creato insieme con C. Rosselli e E. Rossi il foglio clandestino “Non mollare”. il 31 luglio fu liberato per amnistia e successivamnete espatriò clandestinamente. Nelle “Memorie di un fuoruscito”egli narra: “Il giorno dopo, 16 agosto, partenza per la Francia, attraverso il passo del Piccolo San Bernardo, su un’automobile amica. "Mi accompagnavano Federico Chabod e Natalino Sapegno. La diaspora degli intellettuali italiani era cominciata”.

Nel 1925 venne destituito dalla cattedra di Firenze per assenza dall’Ufficio, quantunque avesse dato le dimissioni fin dal 5 novembre. In una lettera inviata al Rettore dell’Università di Firenze tra l’altro scriveva: “Signor Rettore, la dittatura fascista ha soppresso, oramai, completamnete, nel nostro paese, quelle condizioni di libertà, mancando le quali l’insegnamento della storia, quale io l’intendo, perde ogni dignità, perchè deve cessare di essere strumento di libera educazione civile e porsi a servile adulazione del partito dominante”.

Nel 1926 veniva privato, insieme con altri esuli, della cittadinanza italiana. Visse, tra il 1925 e il 1934 in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti, guadagnandosi il pane con le sue pubblicazioni e orientando, consigliando e incoraggiando l’azione degli antifascisti, particolarmente del suo discepolo prediletto Carlo Rosselli, ed entrando in polemica con i propagandisti del regime. Partecipò, come collaboratore, all’azione di “Giustizia e Libertà”, che riuniva in Italia alla resistenza attiva contro la dittatura uomini provenienti da tutti i partiti antifascisti, purchè accettassero il metodo della libertà. Non domandava l’adesione a nessun dogma economico, liberista o dirigista che fosse. Più tardi partecipò alla prima fase della “Mazzini Society” negli Stati Uniti. Dal 1934 al 1948 insegnò “Storia della civiltà italiana” all’Università di Harvard (Cambridge, Mass.) di cui fu poi professore emerito. Nel 1948 fu reintegrato nella cattedra fiorentina. Durante tutto il periodo risolutivo della guerra Salvemini ha preso posizione sia contro le correnti americane che intendevano dare della crisi italiana una soluzione conservatrice, sia contro le soluzioni comuniste. Rientrato in Italia nel 1947 e definitavemente nel 1948, malfermo in salute, riprese per poco il suo insegnamento a Firenze, poi si ritirò a capo di Sorrento, continuando fino all’ultimo, con articoli ed opuscoli, la sua battaglia di sempre per un’Italia seria e dignitosa, meglio aderente ai problemi della vita moderna nella comunità internazionale. Morì a Capo di Sorrento il 6 settembre 1957. La sua salma è stata portata a Firenza nel 1961.

E’ stato sempre un arduo problema trattare, complessivamnete, una personalità, perchè, nello stesso tempo che tentiamo di darne una definizione, di inchiodarla più o meno in una formula definitiva, essa poi ci sfugge e rivela dei lati del tutto opposti e ci spinge verso uno scomodo scetticismo.

Gaetano Salvemini, per i suoi molteplici interessi, ha una prsonalità, starei per dire poliedrica, per cui diventa arduo il compito di tratteggiarla nella sua completa interezza. Cercheremo perciò di rilevare quegli aspetti della sua personalità che ci sembrano i più interessanti, mettendone in luce il meridionalista, lo storico, il maestro.

GAETANO ALVEMINI E LA QUESTIONE MERIDIONALE

A sveglare in Salvemini l’interesse per il Meridione fu una rivista provinciale pubblicata a Cosenza: “Il pensiero contemporaneo”, che aprì un’inchiesta fra le varie personalità del Mezzogiorno sulla “Questione meridionale”.

Questa iniziativa prendeva spunto dalla pubblicazione del libro: “L’Italia barbara contemporanea” di Alfredo NIceforo. Risposero a questa inchiesta, fra gli altri, il Lombroso, il Loria, il Ferrero, e il Colajanni.

Queste risposte approvavano la tesi del Niceforo che si aggiravano sulla concezione della fatale ed esotica “inferiorità” del Mezzogiorno. Salvemini che allora firmava i suoi articoli RERUM SCRIPTOR, UN TRAVET, IL PESSIMISTA, TRE STELLE, creò una impostazione nuova e superiore del problema.

Nel rispondere all’inchiesta de “Il pensiero contemporaneo” polemizzo aspramente col Niceforo, le cui affermazioni, sotto una superficiale patina scientifica, nascondevano una sostanza reazionaria.

“La razza si forma nella storia ed è effetto di essa e non causa, e nella storia si trasforma: spiegare la storia del paese con la parola 'razza' è da poltroni e da semplicisti”.

E per Salvemini che approfondiva il problema, il fatto fondamentale dellla differenza tra Nord e Sud d’Italia era che, mentre centro della vita economica, politica e intellettuale è nell’Italia settentrionale la borghesia industriale, centro della vita pubblica dell’Italia meridionale è, in mancanza di una borghesia moderna, la grande possidenza fondiaria-medievale o feudataria.

Un ulteriore approfondimento del problema lo compiva scrivendo una serie di articoli sulla questione meridionale in cui partiva dalla constatazione dell’esistenza di “tre malattie” che, impedendo all’Italia meridionale di avvarsi sulla via del progresso, costituiscono gli aspetti tipici della quesione meridionale:

1) Lo Stato accentratore e dilapidatore;

2) la soggezione economica del Sud al Nord;

3) La struttura semifeudale che impedisce la formazione di una borghesia moderna e consente invece l’esistenza di una nobiltà assenteista e prepotente, di una piccola borghesia affamata e a quella asservita e di un proletariato privo di qualsiasi diritto.

La classe dei grandi proprietari per il Salvemini non si interessa delle riforme e non ha nemmeno interesse che si arrivi ad una profonda alterazione dei rapporti sociali attualmente vigenti.

La piccola borghesia, per il suo carattere composito, non è capace di sviluppare un’azione autonoma e consapevoe e si appoggia perciò ai grandi proprietari terrieri e rappresenta i loro interessi nella vita politica e costituisce quella associazione tra latifondisti e piccoli-borghesi che è la chiave di volta di tutta la vita pubblica meridionale.

Il proletariato, “la classe che ha più di tutte bisogno di riforme, non può sperare un efficace aiuto dalla piccola borghesia meridionale, in quanto essa è interessata a mantenere il Sud nella funzione di “Vandea d’Italia”, ” serbatoio delle forze parlamentari reazionarie”. Dunque i contadini meridionali la luce e la guida non possono trovarla nel loro paese. Ad essa bisogna che ci pensino i riformatori settentronali.

Finchè nell’Italia meridionale la legalità sarà nelle mani dei latifondisti e della piccola borghesia, qualunque riforma sarà impossibile in tutta Italia. In Italia, la diffusione tra proletariato industriale e proletariato rurale è anche, sotto parecchi riguardi, differenza tra proletariato settentrionale e proletariato meridionale; bisogna che il primo si ricordi che non potrà mai fare nulla di serio senza l’altro”

GLI STUDI STORICI

Secondo il Croce l’opera storiografica di Salvemini va classificata nella scuola economica-giuridica di fine secolo. Il suo primo scritto apparve nel 1891, dopo che il Paoli gli aveva dato, per le vacanze del 1890 una grossa opera dell’Imbart de la Tour sulle " Elezioni episcopali in Francia dal IX al XII secolo", per farne una recensione. E’ il primo lavoretto a stampa del Salvemini, eppure c’è qualcosa del futuro Salvemini: c’è un primo cenno di insoddisfazione e di sospetto per il termine popolo. “Popolo nel suo vero senso”, dice, in questa recensione giovanile, senza specificare meglio ma avvertendo gia l’ambiguità del termine. Fu anche il Paoli, assieme al Villari, che lo avviò verso l’argomento dela della tesi di laurea: “La dignità cavalleresca del comune di Firenze”, che è stretamente connesso,come tema, a “Magnati e popolani”.

Intanto veniva pubblicando studi che rivelano la probità del suo metodo e la sua integgerrima condotta morale:

1 – Un comune rurale nel secolo XII;

2 – Lotte tra Stato e Chiesa nei comuni italiani durante il XIII secolo;

e un altro sull’abolizione dell’ordine dei Templari. La conclusione di quest’ultimo studio è significativa: “moralmente l’abolizione dell’ordine dei Templari fu un delitto e la nostra coscienza deve notarlo, come tale, di eterna infamia” Storicità e moralità rimangono inconciliati su due piani distinti.

Con “Magnati e Popolani”nel quale si concentrano non pochi degli studi precedenti, la figura di Salvemini storico del medioevo italiano acquista il più alto rilievo. Oggi, a più di sessant’anni di distanza, è ancora un’opera valida, non soltanto come classico della storiografia, ma anche come interpretazione non superata di un particolare periodo della storia fiorentina. Fino ad allora, aveva ragione Salvemini nel commentarlo, magnati e popolani erano rimasti”quantità algebriche astratte”.

Intanto, come si trovava a Lodi come insegnante di storia nel Liceo locale, scopre, nella biblioteca comunale, il Cattaneo, pubblicista d’alta classe della “Isurrezione di Milano nel 1848″. Esce da questa lettura un libretto vivace “I partiti politici milanesi nel secolo XIX”. A poco a poco il Medioevo gli parve un’epoca remota e si rivolse perciò a questioni che più gli stavano a cuore e che erano ancora presenti nella vita morale , politica e sociale dei primi del ‘900. Nel 1905 pubblica “La rivoluzione francese 1788-1792″ a cui lavorava già da parecchio tempo. Letterariamente, la rivoluzione francese è l’opera più bella del Salvemini, compatta, equilibrata, lucida nell’esposizione.

Il bisogno di concretezza, chiaro in ogni sua opera, lo spingeva a teorizzare l’uso del termine astratto rivoluzione: “Rivoluzione altro non è se non un termine collettivo astratto, mediante il quale noi denominiamo, con grande risparmio di tempo e di fatica, i nobili spogliati dai plebei”.

Aveva infatti pubblicato , nel novembre 1903, sulla “Rivista di Italia” “La fuga d Varennes” e nel 1904 sulla “Rivista Italiana di sociologia” “Le cause della rivoluzione francese".

Nel 1905 usciva il “Mazzini”, in cui è stato notato un certo schematismo, proprio dei manuali; ma pur nei suoi limiti, risulta l’opera fondamnetale per capire il pensiero mazziniano.

Il primo avvio alla storia contemporanea si manifesta in Salvemini come interesse per la politica estera. Pubblica un articolo intitolato “Come siamo andati in Libia” e intanto tiene presso il king’s College di Londra un ciclo di lezioni sulla politica eatera italiana del 1871 al 1915. Non vi è opera di Salvemini in cui si senta in tutta la sua drammaticità il conflitto tra politica e morale come in questa.

All’estero pubblica vari sritti sul fascismo nei quali si nota la sua posizione fortemente critica nei confronti della dittatura mussoliniana.

SALVEMINI MAESTRO ED EDUCATORE

Grande maestro, per ammissione generale, anche degli avversari politici, che non poterono non riconoscere l’efficacia grandissima del suo insegnamneto storico. Fu instancabile nel predicare e nel dare l’esempio, con la propria opera, della necessità di ricondurre la vita italiana alla severità dei propositi, alla profonda coerenza fra il pensare, il dire e il fare, di liberarla dai fumi della retorica di ogni specie, per riportarla al senso del concreto, al culto severo della giustizia e della libertà.

Era tutto questo, la sua intera personalità di uomo, manifestazione tutta protesa a servire un ideale di giustizia e ibertà per tutti: dagli individui alle classi, alle Nazioni, alla umanità; un ideale che non cessa di essere alto e nobile e di rifiorire sempre nel cuore degli uomini per quanto si creda di poterlo storicamente e realisticamnete circoscrivere e quindi diminuire definendolo illuministico o utopistico; un ideale al quale lui conformava la sua vita di strenuo lottatore. Era tutto questo che faceva di Salvemini un incomparabile educatore di un’Italia migliore: un grande maestro.

mercoledì 17 febbraio 2010

ACQUA UN BENE COMUNE INALIENABILE – UN BISOGNO E UN DIRITTO! di Giancarlo Nobile



Nell’ultimo 007, un film la cui cifra filmica era una fantasmatica idiozia, vi era un verità di fondo la questione dell’acqua, nel film vi era un organizzazione segreta che voleva gestire l’acqua in un paese sudamericano, fantasia? Non molto in Sicilia ove l’acqua è in abbondanza nel sottosuolo è gestita da privati . Ciò porta quell’isola ad avere il primato europeo per la scarsità dell’acqua per i cittadini. Le transnazionali del petrolio hanno da tempo iniziato una riconversione industriale dal petrolio che sta per finire e con le restrizioni per l’effetto serra diverrà marginale all’acqua bene che inizia a scarseggiare – dunque i profitti sono alti – e che non se ne può fare a meno. Il Decreto Ronchi che apre alla privatizzazione dell’acqua va in questa direzione. E allora che fare per contrastare questa sciagura in cui l’acqua diviene un bisogno non un diritto?

Stiamo avvicinandoci alle elezione Regionali ed ecco che si può chiedere ai nostri Candidati di agire nel senso che qui di seguito suggerisco:

  1. Impegnare l’amministrazione

- a riconoscere nel proprio Statuto il Diritto all’acqua

- a impegnarsi a utilizzare, proteggere, conoscere e promuovere l’acqua come bene comune, nel rispetto dei principi fondamentali della sostenibilità integrale (ambientale, economica, politica e istituzionale)

- a mantenere cotto il controllo pubblico il ciclo integrato dell’acqua compresi il capitale ed i servizi ad essa collegati (infrastrutture e insieme dei servizi di captazione, adduzione, distribuzione, fognature e depurazione)

- a garantire la sicurezza dell’acqua, nelle quantità e qualità necessarie Alla vita, a tutti i membri della comunità in solidarietà con le altre comunità e con le generazioni future: la quantità minima indispensabile alla vita quotidiana è stimata ai 40 litri di acqua al giorno per persona. Tale quantità dovrà essere garantita come diritto e di conseguenza il costo essere commisurato alla necessità di mettere tutti i cittadini in condizione di poter fruire di tale diritto

- a garantire pari accesso alla risorsa in termini di qualità e di quantità a tutti i cittadini applicando un sistema tariffario giusto e solidale, fondato sul principio di sostenibilità, sulla lotta all’abuso, su tariffe differenziate e proporzionali ai livelli di consumo.

- a contribuire alla riduzione sul territorio dei prelievi eccessivi e sconsiderati sia in campo agricolo e zootecnico, sia industriale

- a promuovere il ritorno dell’acqua nei luoghi pubblici (re)introducendo ‘punti acqua’ di ristoro, informazione e cultura nei luoghi di incontro sociale (piazza, stazioni, giardini, aeroporti, stadi..) alfine di contrastare il consumo di acqua in bottiglia di plastica, così deleterio per l’ambiente e di incentivare una nuova cultura dell’acqua

  1. In una prospettiva internazione e mondiale:

- a destinare, per ogni metro d’acqua fatturato, un piccola percentuale, un centesimo di euro, al finanziamento di progetti di cooperazione internazionale che perseguono modelli sostenibili di gestione dell’acqua nei paesi sofferenti di penuria di acqua potabile

- a stimolare ed incentivare lo studio di soluzioni innovative per la realizzazione del diritto all’accesso dell’acqua per tutti entro il 2020

domenica 14 febbraio 2010

Ricordando Modugno di Massimo Messina


Ho appena ascoltato alla radio "Meraviglioso", cantata prima da Modugno e poi dai Negramaro, che hanno fatto di recente (2008) una cover di questa bella canzone, il cui testo è di Riccardo Pazzaglia. Mi piace la canzone ed amo ricordare qui l'impegno politico di Modugno, che iniziò con espressioni pubbliche di simpatia verso il Partito Socialista Italiano, al quale aveva donato i diritti d'autore della canzone "L'anniversario", composta nel 1973 in occasione della campagna per il "no" al referendum sull'abrogazione della legge Fortuna-Baslini, che aveva introdotto il divorzio in Italia nel 1971. L'attività politica di Modugno si rafforzò nella seconda metà degli anni '80, quando, impressionato dall'attività a favore dei disabili del Fronte Radicale Invalidi, si interessò alle iniziative del Partito Radicale, per il quale si candidò alle elezioni politiche del 1987. Fu tra i deputati della Camera nella X legislatura. In parlamento il suo impegno fu principalmente rivolto alla tutela dei diritti dei disabili e sulle norme riguardanti gli artisti.

Da siciliano amo pure ricordare l'amore di Modugno per la Sicilia ed il suo dialetto, ma ancor di più la battaglia a favore dei ricoverati dell'ospedale psichiatrico di Agrigento, che subivano condizioni di vita disumane, nonostante la legge Basaglia fosse entrata in vigore ormai da un decennio. Riuscì, nel 1988, a far chiudere l'ospedale, e dedicò ai ricoverati un concerto. Fu il primo concerto che Modugno tenne dopo la sua malattia. Modugno fu più volte ospite del Centro Culturale Pier Paolo Pasolini, accolto con grande simpatia ed affetto. Venne pure eletto, nel 1990, sempre ad Agrigento, consigliere comunale.

sabato 30 gennaio 2010

Ricominciare dal territorio


Nelle tredici tesi del Socialismo liberale (1930), Carlo Rosselli afferma, tra le tante questioni, che il socialismo è in primo luogo rivoluzione morale ed in secondo luogo trasformazione materiale, che ha bisogno di idee poche e chiare, di gente nuova, di amore ai problemi concreti e che il socialismo stesso, in quanto alfiere dinamico della classe più numerosa, misera, oppressa, è l’erede del liberalismo.
E’ necessario che tali tesi costituiscano una traccia per l’azione politica di una forza di sinistra, invece di discutere sulle alchimie delle alleanze elettorali, in quanto il nostro paese, nella fase storica attuale, ne ha estremamente bisogno per il degrado sociale, culturale, politico, istituzionale in cui si trova. Esistono sicuramente delle zone d’Italia più fortunate, dove i servizi, anche quelli pubblici, funzionano, ma queste sono sempre meno, anche grazie ai massicci tagli operati da questo governo nei confronti degli enti locali.
Il nostro è un paese profondamente immorale e la classe politica di sinistra che doveva interpretare l’istanza moralizzatrice, quella di cui parlava Rosselli, ha profondamente tradito questa missione. Oggi siamo governati da dei rappresentanti politici molte volte collusi con il potere criminale mafioso, camorristico o quant’altro, mentre l’opposizione è rappresentata il più delle volte da degli incapaci che parlano di riforme in nome dell’”interesse del paese”, ma vivendo ormai lontani da troppo tempo dal paese reale, non sanno di quali riforme veramente questo necessiti.
Il paese reale ci parla di situazioni troppo spesso difficili fatti di miseria umana, culturale ed economica, nelle quali le persone sono relegate in una sorta di isolamento sociale, in cui il senso di abbandono e di disperazione diventa insopportabile. Pensiamo alle periferie degradate del sud d’Italia, a quartieri come quello di Scampia a Napoli, dove lo Stato è completamente assente e la camorra gestisce indisturbata il traffico degli stupefacenti e anche delle armi, mentre il patito democratico discute sull’opportunità o meno di stringere un’alleanza con una forza politica come l’UDC, di cui molti dirigenti politici sono inquisiti e collusi con il potere mafioso (Totò Cuffaro, è stato condannato in appello a 7 anni di carcere dal tribunale di Palermo per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra, nel processo “Talpe alla Dda”. In primo grado, giusto due anni fa, Cuffaro fu condannato a 5 anni per favoreggiamento semplice e festeggiò la sentenza con cannoli e brindisi).
Il centro sinistra si arrovella su queste questioni ipotizzando la costruzione di nuovi contenitori politici che vanno da Vendola all’UDC (ultima proposta del sindaco Chiamparino di Torino), mentre il paese ci parla di casi come quello di Fathia Fikri, 43enne, marocchina, ritrovata morta nel suo modesto appartamento popolare ad Acquanegra sul Chiese, in provincia di Mantova, stroncata da un malore che aveva sottovalutato per paura di perdere il lavoro e della sua bambina di cinque anni rimasta sola in casa ad assistere per ore la madre morta; di Abellativ Strage Ed dine, anche lui di nazionalità marocchina, che dopo che i suoi quattro compagni di cella si sono addormentati, va in bagno, lega un lenzuolo al tubo della doccia e dice addio ai suoi 27 anni; della cacciata dei “neri” da Rosarno, sfruttati dai “datori di lavoro” e “alloggiati” in capannoni dimessi, veri e propri monumenti alla disumanità; di Giovanni D’Angelo, 29 anni, uno delle tante vittime della malasanità, che dopo un infarto, scambiato dai medici per uno strappo muscolare, è deceduto poco dopo che i medici lo avevano rimandato a casa con un antidolorifico; di Stefano, 42 anni, in cassa integrazione, con due figli a carico, la moglie anche lei disoccupata e con il mutuo della casa da pagare; del drammatico crollo della casa della famiglia Bellavia di Favara che ha sollevato un velo sulla situazione di tutti i centri storici della Provincia di Agrigento, con le amministrazioni pubbliche che discutono su come dare alloggio alle famiglie delle case sgomberate e su come sistemare la precaria situazione di tante case a rischio crollo in quella zona. Come forza di sinistra quali risposte si danno al mondo del lavoro che è in gran parte smantellato, privo di tutele, garanzie, prospettive e rappresentanza politica sindacale seria ? Che proposte si avanzano sul delicato tema delle politiche d’integrazione dell’immigrazione? Come crede di affrontare il problema del sovraffollamento delle carceri? Che politiche abitative promuove soprattutto per i soggetti più deboli? A fronte della crescente disoccupazione, quali proposte si hanno per un piano di riconversione aziendale per le aziende che intendono interrompere la propria attività produttiva?
Una forza di sinistra per essere credibile deve ricominciare con umiltà dal territorio, intercettarne i problemi, coinvolgere le persone, promuovere dei tavoli tecnici per analizzare le situazioni e sviluppare possibili proposte di soluzione ai problemi concreti, preoccupandosi poco del consenso elettorale in quanto questo è la naturale conseguenza della credibilità che una forza politica ha nella misura in cui si spende veramente per una causa di giustizia sociale. Altrimenti che cosa è la politica?

Antonio Sammartino
Nuovo Partito d’Azione – Regione Toscana
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martedì 26 gennaio 2010

Due Comunicati Stampa del Nuovo Partito d'Azione


Solidarietà ad Emma Bonino.
Il Nuovo Partito d'Azione vuole esprimere la sua piena solidarietà ad Emma Bonino, dopo gli inqualificabili attacchi alla sua persona mossi dalla stampa vicina alla destra.
Temiamo che questi signori (se così si possono qualificare) non avendo argomenti politici da contrapporre alle riconosciute qualità intellettuali ed operative della Bonino, capace di farsi apprezzare a livello nazionale e continentale durante la sua missione di Commissario europeo, hanno scelto di usare i mezzi della demonizzazione e della calunnia nell'ennesimo tentativo di infangare l'immagine dell'avversario; attività in cui sono diventati da tempo maestri.


Solidarietà al giudice Tosti
Il Nuovo Partito d’Azione, memore delle lotte per il diritto, la democrazia, la laicità che hanno caratterizzato la grande esperienza dell’azionismo e segnato in modo indelebile la Carta Costituzionale della nostra Repubblica, denuncia la resa definitiva delle forze politiche italiane alle pretese egemoniche del Vaticano ed esprime tutta la sua convinta solidarietà e vicinanza al giudice Luigi Tosti, vittima dell’ intreccio perverso delle reciproche convenienze, che, da cittadino libero e da uomo di legge, ha combattuto con estremo coraggio una battaglia solitaria per la riaffermazione dei principi posti a base dello Stato italiano e dell’Unione Europea.
Il provvedimento di radiazione assunto dal Consiglio Superiore della Magistratura, non tenendo nella giusta considerazione le motivazioni del giudice e disattendendo la sentenza della Corte europea dei Diritti Umani, recentemente pronunciatasi sull’illegittimità dell’esposizione di simboli religiosi negli edifici pubblici, è la prova del tasso di inquinamento confessionale, di confusione e di opportunismo, che ormai domina l’insieme dei funzionari dello Stato e dei rappresentanti del popolo.
Nel generale declino culturale della Seconda Repubblica, nel progressivo allontanamento e isolamento della Nazione dagli ideali di libertà e di giustizia, di pluralismo e di rispetto delle minoranze che connotano la Civiltà europea, il Nuovo Partito d’Azione, certo di interpretare e di rappresentare le più profonde esigenze del Popolo italiano, si pone alla testa di una sempre più urgente ‘rivoluzione democratica’, e chiama tutti i cittadini onesti e consapevoli dei rischi che incombono all’impegno per una riscossa civile e per una rinascita dello Stato di diritto.


domenica 3 gennaio 2010

NUOVO PARTITO D’AZIONE, INTERVISTA AL SEGRETARIO NAZIONALE QUARTANA




Segretario, una battuta giusto per rompere il ghiaccio. Come sigla, l’NPA ricorda il quasi omonimo MPA… “Ah, il partito siciliano di Lombardo… Spero che nessuno faccia confusione: il nostro era una partito che non aveva rappresentanza malgrado una storia rilevante. All’inizio forse neppure noi credevamo in una rinascita – o resuscitazione – ma ce l’abbiamo fatta. E non che fossimo i soli a cullare tale progetto, anche potenti realtà finanziario-economico-editoriali lo avevano in mente… forse noi abbiamo avuto il vantaggio e il merito di rispettare la nostra storia, il nostro passato, i nostri valori. Dopo sessanta anni, rieccoci!”.
Ritorna dunque a vivere un partito storico. Lei ne ribadisce passato, valori e una tradizione che si potrebbe definire gobettiano/liberale. “Sì, è così. E’ nella nostra storia la credibilità del nostro progetto politico: in sintesi potremmo definirlo come , una formula che supera concettualmente esperienze come i girotondi, Pancho Pardi, lo stesso Di Pietro. Dall’IDV ci divide parecchio: lui è considerato un Masaniello mentre noi rifiutiamo l’idea stessa del giustizialismo alla quale sostituiamo quella di … che senza remore né falsità potrei definire ”.
Però, un giudizio netto. “Diciamo che ci lasciano perplessi alcuni aspetti dell’IDV. Se non proprio incoerenti, forse potremmo definirli contrastanti. Ma non ci interessa parlare degli altri”.
Giusto. Torniamo all’NPA e alla sua caratterizzazione di . “Per essere chiaro: più riformista fra i radicali e più radicale fra i riformisti”.
Insomma, dobbiamo incasellarvi a sinistra. “Però prima chiediamoci cosa sia essere di sinistra. Se per molti Sinistra è sinonimo di comunismo, per noi assolutamente no. Ed è questo, paradossalmente, il nostro più grosso problema: non essere incasellabili visto che abbiamo estrema facilità di rapporti ma difficoltà di alleanze. Se teniamo conto che non ci interessano poltrone (piccole e grandi); che siamo depositari di una storia politica incontaminata; e che siamo oltre la socialdemocrazia senza essere né comunisti né marxisti, ecco spiegata la difficoltà del metterci nella famosa casella. Dalle alleanze precedenti siamo usciti, ad esempio da Sinistra e Libertà. Tuttavia è innegabile il nostro ruolo di filtro, di elemento decodificatore di tutto quello che sta accadendo nella Sinistra italiana, molto più che divisa… la nostra facilità di rapporti e dialogo dovrebbe essere tenuta a mente”.
Ma quanto vale in percentuale il Nuovo Partito d’Azione? “Avendo presente che siamo ancora in fase di organizzazione e che la nostra operatività risale appena al 2006, potremmo tranquillamente valere l’1%. E forse di più se valutiamo la nostra cultura di governo che ci ha spinti a prendere a cuore un tema davvero delicato per il nostro Paese: il debito pubblico”.
Avete una ricetta particolare? “Sì, la patrimoniale”.
Bè, non è una novità, ne parlava anche Bertinotti. “Sì, ma poi l’argomento è caduto nel dimenticatoio. Per noi è uno strumento decisivo… Più esattamente dovremmo definirla ”.
Ce la spieghi. “Va applicata a patrimoni familiari a partire da 400mila euro. La prima aliquota è pari a 0,25% e le altre salgono con l’aumentare del patrimonio. La fascia massima è quella che verrà imposta a patrimoni familiari da 4 milioni di euro. L’idea è che il 10% più ricco d’Italia attui una sorta di filantropia forzata senza tuttavia vedersi alienata la proprietà… è come se venissero fuori tanti Bill Gates che con fondazioni, sovvenzioni, ecc. arrechino beneficio a chi sta dalla parte opposta della piramide”.
A parte la valutazione del resto della politica nazionale, il limite è quello dei furbetti, degli evasori… “Dobbiamo avere tutti chiaro che il sistema mondiale - non solo italiano - sta precipitando verso un modello insostenibile dove avidità, ingordigia, eccessi smodati stanno creando squilibri economici, finanziari, demografici, ambientali. Davanti a una situazione del genere, occorre invertire la tendenza… Per i furbetti o gli evasori una regola semplicissima: chi evade va in galera!”.
Uno dei mali nazionali è che si fa troppa e poca . Ne discende una terribile mancanza di visione di medio-lungo periodo. “Sono d’accordo. La politica italiana è indietro anche nelle cose più banali… e alla Sinistra manca un ragionamento semplice che eviti di inanellare sconfitte. Proponiamo un fronte comune - al di là delle sigle e del nome che si darà - dove si possa lavorare tutti insieme anche se mantenendo la propria individualità. Ai dirigenti della Sinistra chiedo: ma non vi accorgete che con un governo conservatore si va incontro allo sfascio epocale? Se l’orizzonte è quello del cambiamento di tipo economico, finanziario, demografico, ambientale, ebbene la ricetta dei conservatori in ogni parte del mondo è perdente!”.
Una proposta contro lo spreco della politica italiana. Anche a costo di passare per qualunquisti. “Più di una: taglio del 70% degli stipendi per deputati, senatori, consiglieri regionali, ecc. Rivedere, ma in modo serio, i finanziamenti pubblici e i rimborsi elettorali. Abbassare gli stipendi degli europarlamentari italiani e attribuire un plafond di 3mila euro mensili solo alle cariche politiche più alte. Ecco, nelle idee, l’intransigenza giacobina!”.
Ultima domanda, le alleanze. Anche in vista delle Regionali di primavera.“Non ci impegneremo! Staremo alla finestra: nessuno a Sinistra ha le carte in regola, dunque non daremo il nostro appoggio nemmeno dall’esterno. Il rischio di essere poco visibili? Non ci sono partiti in lizza, solo capipopolo, soprattutto al Sud”.
Alfonso Palumbo

Foto Prismanews: Il prof. Pino A. Quartana, segretario nazionale e co-fondatore dell’N.P.A. dal 2005, anno della rinascita